LA RIFORMA PROTESTANTE

 

Destinatari: studenti del 3° anno di corso (prima Liceo Classico)

Presupposti: a) conoscenza del significato culturale del movimento umanistico-rinascimentale;b) conoscenza della storia medioevale, con particolare riferimento alla formazione del potere temporale dei papi, e ai rapporti di alleanza e conflitto tra Papato e Impero; c) conoscenza della filosofia di S.Agostino e di quella della tarda scolastica; d) conoscenza degli eventi storici e delle varie fasi relative alla Riforma protestante.

 

Obiettivi: a) conoscenza degli aspetti filosofici e teologici della Riforma protestante in tutte le sue molteplici forme; b) capacità di confrontare in modo critico tesi diverse; e di pensare in modo consapevole l’attualità; c) atteggiamenti: sviluppo di un atteggiamento di tolleranza

Tempi:

Strumenti: utilizzo di documenti e di saggi critici

Metodi: lezione frontale alternata alla lettura guidata dei documenti e dei saggi storiografici

Contenuti: cfr. più avanti

Verifiche formative: domande dal posto e discussione guidata sui singoli argomenti della Riforma trattati, alternata ad interrogazioni "classiche" alla cattedra, e a test a risposta multipla in cui si cerchi di cogliere se lo studente ha compreso in modo analitico le diverse posizioni discusse e anche le diverse sfumature tra un "riformatore" e l’altro.

 

Verifiche sommative: compito scritto: si daranno almeno tre tracce in ognuna delle quali viene trattato un aspetto diverso della Riforma, in modo che lo studente possa scegliere l’argomento che più lo ha interessato e dimostrare di saper costruire un’argomentazione ordinata ed esaustiva sull’argomento; le abilità argomentative, oltre alla comprensione critica e alla conoscenza dei fatti, verranno valutate anche con l’interrogazione classica.

 

  1. La crisi religiosa di Martin Lutero e la scoperta della "giustificazione per sola fede"

    Nella prima metà del sec. XVI, un evento era destinato ad entrare nella storia ed a rivoluzionare l’Europa cristiana. Si trattava inizialmente di una rivoluzione religiosa, e questo fu nella sua essenza secondo lo storico americano Roland H. Bainton, che però era destinata ad avere influssi profondi e durevoli su tutti gli aspetti della società.

    Il germe di questa rivoluzione fu la profonda crisi esistenziale e spirituale di un uomo, un monaco agostiniano tedesco, Martin Lutero (il docente racconterà agli studenti gli episodi più significativi della biografia di Lutero). Questi, dopo una lunga e faticosa ricerca aveva trovato una soluzione originale al problema che lo tormentava: se tra l’uomo e Dio esiste una distanza incommensurabile – perché Dio è il Supremo Giudice che detta la legge che l’uomo è chiamato ad adempiere, mentre l’uomo è costituzionalmente, in virtù del peccato originale, peccatore, - come può l’uomo avere la benché minima speranza di salvezza? La soluzione che Lutero trovò a questa questione che lo angosciava, fu la scoperta che, dopo l’incarnazione del Cristo, Dio non era più solo Giudice ma era anche il Dio della Misericordia, il Dio del Perdono. Dunque Dio, lungi dal pretendere che l’uomo si accosti a Lui, cercando di adempiere alla Sua legge, Lui stesso che si era avvicinato all’uomo, anzi si era fatto uomo. L’amore dell’uomo verso Dio era sempre monco, mancante, incompiuto, perché l’uomo è creatura per sua natura incline al peccato; al contrario, invece, Dio amava così tanto questa creatura peccatrice da assumersi su di sé tutti i suoi peccati. Dunque, se l’uomo, consapevole del suo peccato originale, non pretendesse orgogliosamente di innalzarsi di fronte a Dio, credendo di potersi guadagnare la salvezza attraverso il compimento di opere buone o azioni pie, ma si sottomettesse umilmente alla Sua volontà, solo così potrebbe avere una speranza di salvezza.

    LETTURA GUIDATA

    Punto di partenza è l’idea […] che la soluzione del problema per eccellenza, quello della giustizia, esigeva il capovolgimento dei termini del problema stesso. Diceva la Chiesa cattolica […] che per piacere a Dio è assolutamente necessario che l’uomo sia stato giusto. Ma che l’uomo diventasse giusto, era impossibile: tra la santità di Dio e l’abbiezione della creatura l’abisso è tale che, nel tentativo di alzare il più possibile con le sue braccia ridicolmente corte quelle piccole e derisorie scale che sono le buone azioni, l’uomo diventa grottesco […]: perché solo Dio è capace di sopprimere l’abisso accostandosi all’uomo, avvolgendolo di un amore […] che, penetrando la creatura, la rigenera, l’innalza al creatore. Ogni peccatore che si riconosca tale […] sente e attesta che Dio, il solo giusto, è nel suo pieno diritto di respingerlo; in linguaggio luterano, l’uomo che riceve il dono della fede ( perché la fede è il riconoscimento, compiuto dal peccatore, della giustizia di Dio), il peccatore che, rifugiandosi così in seno alla misericordia divina sente la propria miseria, la detesta, e proclama all’opposto la sua fiducia in Dio: Dio lo considera giusto.

    [ Da L. FEBVRE Martin Lutero, Laterza, Bari 1998, pp.57-58-59]

    La Prefazione a L’epistola ai romani

    Ciò che fornì all’Agostiniano lo spunto per la geniale intuizione della "giustificazione per fede", fu lo studio de "L’epistola ai Romani" dell’apostolo Paolo ( Lutero insegnava le Sacre Scritture e perciò le studiava). Un passo centrale della Lettera – <<Nel Vangelo si rivela la giustizia di Dio>> - lo turbava in modo particolare. Infatti, intendendo la giustizia di Dio quella per la quale Dio è vendicatore e punisce i colpevoli, egli non trovava pace perché, nonostante l’irreprensibilità della sua vita di monaco, si sapeva peccatore davanti a Dio. Nel commento che segue, invece, egli aveva trovato la soluzione al suo problema:

    Anche quando osservi esteriormente la legge con opere per paura di punizione o per desiderio di ricompensa, fai ogni cosa senza vero piacere e senza amore per la legge, ma piuttosto di malavoglia e per costrizione, e preferiresti agire diversamente, se non vi fosse la legge. Ciò significa che tu sei in onde nemico della legge. Che cosa importa che insegni agli altri a non rubare, se poi nel cuore sei un ladro, e lo saresti volentieri apertamente, se tu lo potessi?[…]. [San Paolo] dice nel capitolo VII: "La legge è spirituale". Cosa significa? Se fosse carnale sarebbe soddisfatta con le opere. Ma è spirituale, e nessuno la adempie se non compie ogni cosa con tutto il cuore. Nessuno possiede un simile cuore, soltanto lo spirito di Dio può crearlo[…]

    Compiere la legge significa fare le opere da essa richieste con piacere e amore, e liberamente, vivere con pietà e bontà senza la costrizione della legge, come se non vi fosse alcuna legge né pena. Tale buona disposizione ad amare liberamente è suscitata dallo Spirito Santo nel cuore, come dice l’apostolo Paolo al capitolo V. Ma lo Spirito Santo non è dato se non con la fede, per mezzo della fede e nella fede in Gesù Cristo […]. Perciò soltanto la fede giustifica, e adempie la legge. Infatti porta lo Spirito per il merito di Cristo. Lo Spirito rende il cuore volenteroso e libero, come lo vuole la legge, per cui dalla stessa fede nascono le buone opere.[…]

     

    Dunque, nella nuova concezione luterana, le opere lungi dall’assicurare il cristiano nella propria salvezza, erano una conseguenza della fede: erano come i frutti sani di un albero sano e rigoglioso, al contrario se l’albero era fradicio, non avrebbe potuto dare mai buoni frutti. Nella metafora luterana, l’albero era il cuore dell’uomo, che era irrimediabilmente compromesso dal peccato.

  2. Le conseguenze della "giustificazione per fede" e del ripudio delle opere: la "riforma" luterana

    Tre erano le conseguenze fondamentali della concezione della "giustificazione per fede": 1) il principio del libero esame 2) il principio, strettamente legato al primo, del sacerdozio universale, 3) infine, conseguentemente a quanto si è finora detto, una riforma dei sacramenti, che ne comportava una drastica riduzione.

    Se la legge era spirituale, la fede era una cosa assolutamente libera. Non si poteva costringere il cuore. Ma questa affermazione aveva delle conseguenze radicali, per ché portò Lutero ad affermare che non vi era né vi sarebbe mai stato qualcuno che potesse imporre ad un’altra coscienza il senso del Verbo divino, cioè la sua interpretazione della Parola di Dio. Ciò significava che ciascun cristiano aveva il diritto e il dovere di interpretare liberamente la Sacra Scrittura, per accostarsi umilmente al messaggio della promessa della salvezza. Dunque, l’agostiniano sostituiva un rapporto diretto tra l’uomo e la Parola di Dio, ad uno mediato. Ma ciò aveva conseguenze rivoluzionarie, perché significava che veniva ad un tratto abolita tutta la gerarchia ecclesiastica. Infatti, se tutti potevano e dovevano poter leggere direttamente il messaggio del Verbo, la "casta" sacerdotale non aveva più alcun privilegio sul restante degli uomini, ma ciascuno poteva svolgere la funzione sacerdotale per sé stesso. Il ministro di Dio non era il portatore di alcuna grazia invisibile, ma solo un cristiano ch’era messo a parte dalla comunità perché esplicasse in essa funzioni particolari. Dunque l’ordinazione non era più un sacramento. Ma numerosi altri sacramenti venivano aboliti dal monaco riformatore. Essi venivano ridotti a due: il battesimo e l’eucarestia, perché gli unici istituiti direttamente dal Cristo. A rigore, l’eucarestia era il solo sacramento introdotto direttamente da Gesù. Tuttavia esso veniva spogliato di ogni carattere miracolistico: Lutero rifiutava la transustanziazione, credeva però nella consustanziazione.( per transustanziazione si intende il miracolo per cui, nel momento in cui il sacerdote sull’altare pronuncia le parole "Questo è il mio corpo…." Il pane e il vino si trasformano nel corpo e nel sangue di Cristo. Per consustanziazione, invece, si intende la semplice presenza reale di cristo nell’Eucarestia). Quanto al battesimo dei fanciulli, veniva mantenuto perché esso radicava l’individuo in una collettività e in una tradizione; il negarlo avrebbe significato ammettere una mentalità settaria.Infatti, ciò che distingue la Setta dalla Chiesa, è il fatto che i primi ritengono di essere gli eletti di Dio perché Dio ha parlato loro direttamente, perciò solo dopo che si sono rigenerati grazie alla Rivelazione divina essi si battezzano. Per questo motivo nelle sette vige il battesimo degli adulti e non quello dei pargoli. Lutero invece sosteneva che non si potessero individuare gli eletti di Dio. A questo proposito si parla anche di una distinzione tra una Chiesa Visibile ( in cui cioè gli eletti del signore sono individuabili), e una Chiesa Invisibile ( in cui gli eletti non si possono individuare).

  3. La "Questione delle Indulgenze"

    L’inizio della Riforma Protestante si fa coincidere con la reazione di sdegno di Lutero, e di gran parte del mondo cristiano di fronte alla Questione delle Indulgenze, questione che rappresentava il punto di arrivo della degenerazione morale in cui era giunto il Papato. [Tralasciamo i riferimenti storici perché li abbiamo dati come presupposti e concentriamoci sul significato teologico del sistema delle indulgenze].

    "Il sistema si fondava sulla teoria che i santi, oltre che Cristo, avessero più meriti di quanti ne occorressero alla loro propria salvezza. Quell’eccedenza di meriti costituiva un tesoro che Dio poneva a disposizione dei papi e che poteva essere usato a vantaggio di coloro i cui peccati rappresentavano un disavanzo. In che misura quei debiti spirituali si potessero estinguere, era tuttavia materia di discussione. Secondo l’opinione più moderata, il papa non aveva che la facoltà di rimettere quelle penitenze che egli stesso aveva imposto sulla terra. Ma altri ritenevano che la sua giurisdizione si estendesse alle anime del purgatorio, le cui pene potevano quindi essere ridotte e forse addirittura cancellate. V’era poi chi pretendeva assurdamente che il papa avesse non soltanto il potere di condonare le pene, ma anche di perdonare i peccati. E le pretese continuavano a crescere[…]" [Bainton La Riforma Protestante].

    Ora, noi abbiamo visto che l’antropologia pessimistica di Lutero gli impediva di riconoscere alcun merito all’uomo, tale che gli garantisse il Paradiso. Abbiamo visto che la Grazia era capace di sopprimere l’abisso che separava l’uomo da Dio e di capovolgere i termini di questo rapporto, per cui l’uomo che era vivificato dallo Spirito, e sapeva che Dio era con lui, non aveva paura di nulla. Ma – ed è questo il punto importante – tale Grazia non cancellava, però, mai il peccato. "Per la Chiesa, senza dubbio, la giustificazione è opera di Dio. Ma Dio, con la sua giustificazione, non fa che coronare meriti acquistati con uno sforzo morale, <<sotto l’impulso e con l’aiuto continuo della grazia>>. Nessun contrasto tra la giustizia privata o personale, la virtù naturale acquisita e la giustizia di Cristo[…]. La giustificazione fa sparire il peccato, ma lascia alla moralità naturale e la sua parte e il suo posto e la sua virtù.

    Per Lutero, invece, la giustificazione lascia sussistere il peccato e nulla concede alla moralità naturale. La giustizia propria dell’uomo è radicalmente incompatibile con la giustizia soprannaturale di Dio. Invano la teologia tradizionale distingue il peccato attuale dal peccato originale. Il peccato è uno solo: è il peccato originale[…]". Dunque, L’Agostiniano- nelle sue famose 95 tesi- sosteneva che il papa potesse rimettere soltanto le penitenze da lui stesso imposte sulla terra: esse non si estendevano al Purgatorio e non comportavano il perdono dei peccati. Ma il principale motivo che egli adduceva contro le indulgenze, era la considerazione che esse favorissero uno stato d’animo sbagliato, perché l’interesse principale dell’uomo sarebbe stato quello di sfuggire le pene, quando- oramai sappiamo- che per il monaco tedesco l’unica speranza per l’uomo di ottenere la salvezza consisteva nel riconoscersi peccatore e quindi meritorio del castigo divino.

     

  4. Lutero ed Erasmo

    Sulla questione centrale del libero arbitrio si accese lo scontro tra Lutero – il riformatore, il teologo, "l’uomo religioso"(Bainton) e un grande personaggio del tempo Erasmo da Rotterdam. Erasmo da Rotterdam era un un gigante della cultura del XVI Sec., uno dei massimi esponenti del movimento umanistico. Era fiammingo, in in periodo in cui i Paesi Bassi attraversavano un periodo di rigoglioso sviluppo culturale, basti ricordare, solo per fare qualche esempio ai filosofi Ugo Grozio, Spinoza, oppure nel campo artistico al grande pittore fiammingo Rembrandt. Che cosa rappresentava Erasmo per la cultura dell’epoca ci viene spiegato bene da Febvre, e nel modo vivace e divertente, e non privo di ironia, che caratterizza tutto il suo Martin Lutero.

    "[Erasmo] era il genio prodigioso celebrato nell’intero universo da ognuno che pensasse e scrivesse: era l’umanista cinquantunenne, nel pieno possesso delle sue facoltà intellettuali, l’uomo che, con uno sforzo veramente sovrumano, compiendo in otto mesi il lavoro di sei anni, aveva appena pubblicato […]uno dietro l’altro, i dieci enormi volumi del suo San Gerolamo; era il glorioso esegeta che nel febbraio 1516 aveva lanciato il suo Nuovo Testamento […]; era il re dello spirito di cui i re della terra, i principi, i grandi, i prelati, i sapienti, in Inghilterra, in Francia, in Germania, dappertutto, celebravano a gara le felici audacie e i meriti inauditi: […]; quegli che, il giorno seguente a un vero pellegrinaggio alla sua casa, un semplice curato di Glaris, uno sconosciuto, Ulrich Zwingli, salutava il 29 aprile 1516 con una lettera commovente, piena di gratitudine e di umile ammirazione". Insomma, conclude Febvre, Erasmo era un vero e proprio "eroe intellettuale".

    Senza dilungarci ulteriormente sui meriti di Erasmo, veniamo al nocciolo della questione.

    Lo scontro intellettuale tra Lutero ed Erasmo va ricondotto alle differenze sostanziali tra ciò che fu il movimento umanistico, e i fini che si proponeva, e ciò che invece fu la riforma protestane. [Il docente farà delle brevi domande agli studenti per capire se hanno assimilato bene i caratteri del movimento umanistico].

    Anche la riforma protestante era, nelle sue intenzioni iniziali, un movimento che voleva liberare lo spirito religioso dal giogo dell’ Autorità. Lutero avviava la lettura della Bibbia nelle lingue nazionali, affinché ciascuno potesse interpretare con la propria ragione la Sacra Scrittura, prescindendo dalle interpolazioni della gerarchia ecclesiastica. In questo senso era perfettamente in linea con lo spirito filologico che animava gli umanisti. Da questo punto di vista possiamo dire che la Riforma Protestante fu sicuramente influenzata dal movimento umanistico. Ma essa fu tuttavia qualcosa di diverso. Per la Riforma ciò che stava al centro della questione non era tanto la dignità dell’uomo, ma la grandezza di Dio. Per riprendere Bainton, la Riforma fu soprattutto una rivoluzione religiosa. Dunque, l’umanesimo esaltava l’uomo, la Riforma Dio.

    Chiariti quali erano gli intenti ultimi dell’umanesimo e quali quelli della Riforma, si capisce anche la differenza tra Lutero ed Erasmo (anche se nella realtà i due partiti non furono sempre così nettamente separati, perché vi furono umanisti che stettero dalla parte della Riforma, basti pensare al caso di Melantone). Erasmo, dunque difendeva la libertà umana, e sosteneva che l’uomo era libero di cooperare alla propria salvezza con il contributo delle opere e in questo non si allontanava dalla Chiesa Cattolica (cfr. § precedente). Egli auspicava ad una riforma interna alla Chiesa stessa: profondo conoscitore degli uomini, egli sapeva che c’erano tanti mali in codesta Chiesa, ma non s’illudeva che la nuova Chiesa Riformata fosse perfetta, perciò dichiarava di preferire quei mali che già conosceva, e dichiarava pertanto di voler tenere il partito di mezzo:

    Teniamoci dunque alla soluzione di mezzo: ci son pure opere buone, ancorché imperfette, e delle quali l’uomo non può valersi senza farsene un titolo per insuperbire: c’è pur qualche merito, ma bisogna riconoscere che se lo si è conquistato lo si deve a Dio.

    Inoltre, Erasmo era in primo luogo preoccupato per la pace, e il suo più grande desiderio era presevare la pace, per questo la sua posizione appariva in primo luogo come dettata dalla prudenza.

    Se anche fossi convinto – il che pur non è il caso – che la confessione che pratichiamo non è stata istituita dal Cristo[…] tuttavia temerei fortemente di render pubblica questa opinione perché mi sembra che la necessità di confessarsi trattiene in qualche modo la più parte dei mortali per natura facilmente inclini alle cattive azioni[…].

    Supponiamo dunque che in un certo senso sia vero ciò che Wycliff ha insegnato e Lutero asserisce, cioè che qualunque cosa sia da noi fatta non è opera del libero arbitrio ma della pura necessità, cosa v’è di più inutile che divulgare questo paradosso ai profani?. Supponiamo parimenti vero, in un certo senso, ciò che Agostino ha scritto in qualche parte: <<Dio opera in noi il bene e il male e in tal modo rimunera in noi le sue stesse azioni buone così come punisce, parimenti in noi, le sue cattive>>; se lasciassimo circolare fra il popolo un tale asserto ciò basterebbe per aprire ad innumerevoli mortali una larga porta all’empietà[…].

    Bisogna riconoscere che si era giunti ad un punto veramente impudente di temerarietà da parte di certa gente che non solo vendeva i propri meriti ma vendeva pure quelli di tutti i santi[…] Ma Lutero non fece che scacciare un chiodo conficcandovi al posto un altro chiodo, affermando che non ci sono meriti di santi e che tutte le opere di non importa quale uomo dabbene altro non sono che peccati meritevoli di eterna condanna senza il soccorso della fede e della misericordia divina.

    E’ dallo scontro di esagerazioni di tal genere che nascono tuoni e fulmini che oggi scuotono il mondo.[ Erasmo, De libero arbitrio 1524]

    Lutero, a differenza di Erasmo, era un "uomo religioso" al quale interessava far partecipare il mondo intero alla Verità che egli aveva scoperto. Egli ribadisce che il cristianesimo era soprattutto scandalo, e che i dogmi di fede non potevano essere "smorzati" per prudenza.

    Tu dici – o Erasmo- che non ami le affermazioni teologiche assolute e che seguiresti volentieri l’opinione degli scettici[…] ma non è da cristiani il temere le affermazioni: al contrario, un cristiano deve essere felice di affermare la sua fede oppure non è un cristiano[…] Se tu respingi le affermazioni teologiche, tu respingi il cristianesimo[…]. La vera natura della Parola di Dio è di suscitare continuamente una rivoluzione nel mondo. E’ ciò che afferma pubblicamente il Cristo dicendo:<<Non sono venuto a portare pace ma spada>>[…].

    Tu dici che il libero arbitrio non ha che una forza minima, al punto di essere inefficace senza la grazia di Dio.[…] Allora ti pongo questa domanda e ti prego di rispondere:<<Che cosa può fare questa forza minima se la grazia di Dio le viene a mancare?>>. Resta inefficace – dici tu – e non fa nulla di buono. Dunque, questa forza non farà nulla di tutto ciò che Dio (o la sua grazia) vuole, poiché noi abbiamo riconosciuto che la grazia le viene a mancare. Ma tutto ciò che non è fatto dalla grazia di Dio non può essere buono. Dal che ne segue che il libero arbitrio, privato della grazia di Dio, non è libero, ma prigioniero e schiavo del male, dato che non può, da solo, volgersi verso il bene.[Lutero, De servo arbitrio 1525]

     

     

     

     

     

     

  5. Zwingli

In Svizzera, nella città di Zurigo, contemporaneamente a Lutero, un sacerdote di formazione umanistica, Zwingli andava maturando idee simili a quelle di Lutero. Fu egli a riformare la Svizzera tedesca.

Zwingli, come Lutero rifiutava le opere e affermava il principio della "giustificazione per fede". Tuttavia, la rifoma zwingliana aveva tratti che la distinguevano da quella di Lutero. 1) Innanzitutto, per il riformatore elvetico, i predestinati alla salvezza, gli eletti di Dio(cfr. anche § 2), si potevano riconoscere; egli infatti li identificava con la popolazione di Zurigo. Egli, infatti, voleva fare di Zurigo, una comunità teocratica simile all’antico Israele. 2) Secondariamente, Zwingli rifiutava non solo, come Lutero, la transustanziazione, ma giungeva anche a negare la presenza reale di Cristo nell’eucarestia (consustanziazione), considerando il sacramento soltanto un simbolo e una commemorazione, "testimonianza pubblica di adesione ad una comunità religiosa"(Bainton). 3) Infine, se era vero che Dio deveva essere adorato solo in spirito, secondo il riformatore svizzero, bisognava abolire le immagini sacre (considerate blasfeme) e la musica, oltre che il culto di santi.

6. Calvino

 

L’altro grande protagonista della Riforma protestante, insieme a Lutero, fu Giovanni Calvino. Francese rifugiatosi in Svizzera a causa delle persecuzioni religiose, qui, in particolare nella città di Ginevra, iniziò la sua Riforma.

Le concezioni originali di Calvino furono:

  1. la dottrina della doppia predestinazione, per la quale ogni uomo era predestinato da Dio alla salvezza o alla dannazione; 2) il concetto di vocazione; 3) la nozione di Gloria di Dio

Definiamo predestinazione il decreto eterno di Dio, per mezzo del quale ha stabilito quel che voleva fare di ogni uomo. Infatti non li crea tutti nella medesima condizione, ma ordina gli uni a vita eterna, gli altri all’eterna condanna. Così in base al fine per il quale l’uomo è creato, diciamo che è predestinato alla vita o alla morte.

Il Signore, per virtù della sua chiamata, guida i suoi eletti alla salvezza cui li aveva preordinati per sua decisione eterna; d’altra parte compie i suoi giudizi sui reprobi, mediante i quali esegue quel che ha stabilito di fare di loro. Perciò priva della facoltà di intendere la sua parola coloro che ha creati per la condanna e la morte eterna, affinché siano strumenti della sua ira e esempi della sua severità, oppure li acceca e indurisce maggiormente attraverso la predicazione di essa, per farli pervenire allo scopo per il quale sono stati creati [Calvino Istituzione della religione cristiana 1536].

Per Calvino la dottrina dell’elezione divina significava un grande conforto per l’uomo, che, libero dalle preoccupazioni circa la propria salvezza, poteva operare nel mondo per esaltare la gloria di Dio. Da questa idea derivava l’attivismo del calvinista, e il motivo per cui esso avrebbe avuto una diffusione internazionale: egli si considerava un soldato di Dio ( un Suo strumento), che era chiamato ad operare nel mondo per diffondere la Sua Gloria. Il suo fine precipuo, infatti, non era né di salvarsi né di accertarsi della propria salvezza, ma di onorare Dio.

Dio, distinguendo gli stati e le maniere di vita, ha fissato per ciascuno il dovere che egli deve compiere, e perché nessuno oltrepassi neppure di poco i suoi limiti, ha chiamato queste varie maniere vocazioni. Ognuno deve dunque ritenere, per quanto lo riguarda, che il suo stato sia per lui come un punto fisso assegnatogli da Dio perché egli non ondeggi e non vada errando qua e là inconsideratamente per tutto il corso della propria vita[…]. Colui dunque avrà indirizzato la propria vita a questo fine, l’avrà ottimamente ordinata e da ciò deriverà una singolare consolazione: che non vi sarà opera, per vile e per sordida che essa sia, la quale non risplenda dinnanzi a Dio e non sia preziosissima, a condizione che in essa noi serviamo alla nostra vocazione[Ibidem].

 

  1. Il movimento anabattista e gli sviluppi radicali della Riforma

    La Riforma ebbe esiti radicali nel movimento degli anabattisti, così chiamati, in modo dispregiativo, perché essi rifiutavano il battesimo dei pargoli e sostenevano invece il battesimo degli adulti. Infatti, secondo essi era possibile accedere alla fede solo dopo una rigenerazione interiore, che avveniva per opera dello Spirito Santo, che essi ricevevano mediante un’illuminazione. Per questo motivo, secondo Bainton sarebbe preferibile chiamarli rinnovati. Da questa definizione emergono alcune caratteristiche del movimento anabattista: il carattere settario, che faceva sì che essi si riconoscessero come una comunità di Santi (cfr. § 2 "chiesa visibile e chiesa invisibile") e il rifiuto anche della mediazione della Parola divina, della Scrittura, e quindi la radicalizzazione dell’aspetto strettamente spirituale della fede. Inoltre, la loro fede si esprimeva in una condotta di vita irreprensibile, che tendeva ad imitare la povertà e l’integrità della vita di Gesù. Questa enfatizzazione dell’aspetto etico del cristianesimo, rispetto a quello dottrinario, avvicinava molto gli anabattisti a quegli umanisti che, come Erasmo, sostenevano l’imitazione di Cristo come caratteristica principale del cristiano. Essi pertanto professavano la pace, e rifiutavano di abbracciare le armi. Essi non furono tollerati né dalla Chiesa Cattolica né dalle Chiese Riformate, e furono massacrati ferocemente, coloro che scamparono alla forca furono costretti all’esilio. Il carattere pacifista di queste sette è forse ciò che ne costituisce l’aspetto più interessante e di attualità.

     

  2. Gli "eretici italiani del ‘500" e gli sviluppi radicali dell’umanesimo

La rivoluzione religiosa del XVI Sec. ebbe un’altra espressione che si distinse dal luteranesimo,dal calvinismo e dall’anabattismo. Si trattò, più che di un quarto movimento, di una tendenza dai caratteri vari. I paesi in cui essa ebbe un maggiore sviluppo furono l’Italia e la Spagna (ma vi furono espressioni anche in altri paesi come Francia, Germania e soprattutto la Polonia), perché in questi paesi l’azione della controriforma cattolica impedì il nascere di movimenti strutturati.

Due furono i caratteri principali degli spiriti liberi (Bainton): il razionalismo e il misticismo. Il primo rifiutava i dogmi del cristianesimo(come quello della Trinità), sostenendo che ogni concezione poteva essere sottoposta al senso comune della ragione; il secondo, negava la mediazione della Parola divina, ritenendo che il rapporto con Dio era un rapporto di fusione e di ricongiungimento dell’umano con il divino. Ora, entrambe queste concezioni svuotavano il cristianesimo della sua peculiarità, e lo assimilavano a qualunque altra religione (ad esempio il misticismo è un fenomeno presente in tutte le religioni, non solo in quella cristiana). Ricordiamo tra i maggiori esponenti Michele Serveto, Giovanni Valdés, Fausto Socino.

Ma il motivo per cui questi spiriti liberi ci interessano è per la lotta che condussero a favore della libertà religiosa e della libertà di coscienza più in generale, tanto da poterli considerare una tappa importante nella conquista della tolleranza, e dei precursori dell’illuminismo. In ciò quindi consiste la loro attualità.

 

 

 

 

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

L. Febvre, Martin Lutero Laterza, Bari1998

Roland H. Bainton, La Riforma protestante, Einaudi, Torino2000

Susanna Peyrone Rambaldi, "La riforma protestante" in Donzelli, Storia Moderna, Roma1998.

Documenti:

LUTERO:

-Prefazione all’Epistola ai Romani di Paolo di Tarso

-De servo arbitrio(1525)

ERASMO DA ROTTERDAM:

-Hyperaspistes (1526)

-De libero arbitrio(1524)

CALVINO:

-Istituzione della religione cristiana(1536)