La Rivoluzione inglese
 

Prerequisiti:

1. L’evoluzione del parlamento inglese dall’esperienza della Magna Charta (1215) all’instaurazione della dinastia degli Stuart nel 1603. Cenni di storia politica inglese.

2. Il problema religioso nel mondo britannico e irlandese dopo la Riforma. A questo proposito è da considerarsi indispensabile il ricorso ad una carta geografica dell’isola britannica e dell’Irlanda.

3. La situazione economica e la dinamica sociale alla metà del XVI° secolo. L’ascesa del ceto medio.

Obiettivi:

1. Comprensione della peculiare esperienza della rivoluzione nel contesto della storia moderna europea con riferimento al problema religioso.

2. Conoscenza dei mutamenti economici e sociali che contraddistinguono l’Inghilterra del Seicento.

3. Valutazione dell’esperienza parlamentare inglese dal Medioevo all’età moderna.

 

Il regno inglese nel Seicento

Ad un lieve declino economico nella prima metà del secolo, segue un periodo di graduale incremento della produttività agricola, dovuto ad uno sfruttamento ingente dei terreni coltivabili e allo stesso tempo ad una coltura più razionalizzata (sistema della rotazione e utilizzo di fertilizzanti) sul modello di quella adottata nei Paesi Bassi. Le città sono il luogo in cui gli esponenti della gentry si recano per gli affari, ma anche il polo attorno a cui si raccolgono sia gli esercizi commerciali che i servizi. Le nuove possibilità legate ad una situazione favorevole dal punto di vista economico favoriscono la mobilità della popolazione più abbiente. Molti cittadini inglesi si trasferiscono nelle colonie americane o sul suolo continentale. Spesso si tratta di scelte legate alla religione di appartenenza, ad esempio molti cattolici si stabiliscono in Virginia e nel Maryland.

I ricchi proprietari subiscono l’inflazione e parallelamente l’eccesso di manodopera e il relativo calo dei salari colpiva i contadini poveri. In questo contesto emerge per la prima volta il ceto medio dei mercanti e piccoli proprietari, quella middling sort che giocherà un ruolo importante nella politica inglese a partire dal 1688.

Un discorso a parte riguarda il problema delle confessioni. Quando gli Stuart prendono il potere, la comunità cattolica sembra ormai consapevole del proprio ruolo di subalternità rispetto all’anglicanesimo. Al contrario i puritani che fino a quel momento si erano distinti per uno zelo religioso di tipo rigorista ora accettano la convivenza con gli anglicani. Nonostante tutto l’Inghilterra della prima metà del Seicento vive un periodo di tranquillità politica e religiosa.


 

La rivoluzione inglese

Giacomo I sale al trono nel 1603 impegnandosi a rispettare le leggi e le consuetudini del regno. Tuttavia nel 1621 dichiara che i privilegi della camera dei Comuni sono frutto di una sua concessione. Inoltre essendo egli maldestro nei rapporti interpersonali e sciatto nell’immagine pubblica, non riesce ad impedire che la sua corte divenga presto teatro di corruttele e scandali sessuali. Giacomo stesso nomina duca di Buckingham un cortigiano della gentry che è fino a quel momento il suo amante segreto, esponendosi in tal modo all’accusa di omosessualità. Il sogno di Giacomo è quello di realizzare l’unificazione politica di Inghilterra e Scozia, ma riesce soltanto ad introdurre l’idea di una comune cittadinanza tra le due nazioni. Similmente fallisce il suo progetto ecumenico di unificazione di tutte le fedi cristiane. D’altra parte il re espropriando i cattolici irlandesi dei propri possedimenti promuove l’insediamento di famiglie inglesi e presbiteriane scozzesi nell’Ulster, creando il presupposto per una guerra di religione di cui si avvertono ancora oggi gli esiti drammatici. Pur scontrandosi con il parlamento in tema di unificazione con il regno scozzese e di introiti regi, continuava ad indire e sciogliere l’attività assembleare a proprio piacimento, senza patire opposizioni di sorta.

Nel 1625 viene incoronato l’erede di Giacomo, Carlo I. Affetto da nanismo e balbuziente, introverso e sfuggente, egli non si preoccupa in alcun modo di render conto delle sue decisioni. Dopo una serie di contrasti con il parlamento che tra l’altro aveva criticato l’insuccesso delle campagne militari contro la Spagna e la Francia e le simpatie del re nei confronti di una minoranza eterodossa interna alla Chiesa anglicana, Carlo nel 1629 decide di non convocare il parlamento. Nei dieci anni seguenti a quella data il governo regio opera in modo autocratico, ristabilendo la parità del bilancio in un clima di pacificazione. Nel contempo però cresce il malumore dell’opinione pubblica per le simpatie che il sovrano accorda all’arcivescovo William Laud. Costui, forte di una lettura filologica del Libro di Preghiera comune del 1559, si preoccupa di eliminare tutte le pratiche puritane sorte attorno alle successive edizioni di quel testo. Inoltre egli chiede il riconoscimento di una maggiore autorità del clero in termini giuridici ed economici, guadagnandosi l’accusa di “papista”.

Intanto Carlo I tenta invano per due volte di invadere la Scozia. Gli scozzesi occupano Newcastle, che liberano solo dopo aver costretto il sovrano ad un umiliante indennizzo della loro campagna militare.

Nel 1640 i membri della Camera dei Comuni si trovano unanimi di fronte alla necessità di porre un freno ai poteri e alle prerogative che avevano consentito a Carlo di governare senza il parlamento. Un anno dopo i dissidenti affermano il diritto del parlamento di esercitare poteri fino a quel momento considerati esclusivi del monarca. Nel frattempo l’autorità regia in Scozia era ai minimi termini e nell’Ulster i cattolici erano passati all’attacco massacrando tremila protestanti, fingendo di aver avuto un avvallo dalla corona per i loro crimini. John Pym, leader dei Commons, dichiara che Carlo I non è più in grado d’intendere e di volere. Per tutta risposta il re innalza lo stendardo degli Stuart a Nottingham e dichiara guerra al popolo inglese. A questo punto i nobili vicini alla Chiesa si schierano in difesa di Carlo, mentre i puritani organizzano un loro esercito, convinti che non si possa più tollerare il “papismo” alla William Laud. I ribelli fanno base a Londra, mentre il re comanda il suo esercito di stanza nelle Midlands. Intorno al 1647, dopo molti contatti di guerriglia e poche battaglie vere e proprie, l’esercito dei puritani (New Model Army) contraddistinto da fervore religioso e da una moderna concezione della logistica costringe il parlamento a proseguire il conflitto. Contemporaneamente la fazione dei levellers, favorevole al suffragio universale, chiede agli inglesi di sottoscrivere un contratto sociale ispirato a idee di democrazia e libertà religiosa. L’esercito impedisce ai livellatori di portare avanti le suddette istanze e continuando a far pressione su Londra ottiene di poter proseguire la guerra civile. Altri scontri si susseguono ovunque tra il 1647 e il 1649, quando i presbiteriani scozzesi alleati di Carlo I vengono sconfitti a Preston. A questo punto l’esercito interviene direttamente incarcerando la maggioranza dei membri della Camera dei Comuni, facendo pressioni sull’esigua minoranza che continua a riunirsi in assemblea. In questo clima di tensione e timore, si decide di processare e condannare a morte il re. La dignità di cui Carlo dà prova impressiona e commuove il popolo di Londra. Per la prima volta nella storia inglese un sovrano veniva ucciso a seguito di un processo. In un colpo solo monarchia, Chiesa anglicana e Camera dei Lord erano state abolite. Dal 1649 al 1660 il paese sperimenta un sistema repubblicano. In questo periodo la Chiesa di stato ha una struttura più flessibile e rimane in vigore la Common Law. Viene completata l’unificazione con la Scozia e repressa crudemente ogni forma di dissenso in Irlanda.

Nel 1653, in seguito ad una situazione di endemica debolezza del parlamento rispetto all’esercito, Oliver Cromwell assume il titolo di Lord protettore e capo di Stato. Leader dei puritani favorevoli al regicidio, Cromwell era un calvinista ortodosso e conservatore in politica. Pur di governare senza limitazioni, decide di rifiutare la corona e non sottometersi ai vincoli della tradizione. Per tre anni egli detiene il potere con l’appoggio della gentry e dell’esercito. Dopo la sua morte, il figlio privo di carisma e inesperto, resiste non più di tre mesi, prima di essere deposto.

A questo punto i parlamentari richiamano Carlo II e si reintroducono tutte le consuetudini in vigore prima della rivoluzione. L’Inghilterra aveva dunque restaurato la monarchia, ma l’esperienza rivoluzionaria mutava per sempre l’idea stessa del potere del re, ponendosi come evento traumatico che sanciva una volte per tutte una limitazione effettiva dei poteri del re a favore dell’attività parlamentare che dal Medioevo in poi aveva goduto di una vitalità e di un importanza tali da rappresentare un unicum nella storia europea.

 

Metodologia e approccio alla didattica della storia

L’unità presentata è la sintesi di una lezione di storia che ho tenuto nel novembre di quest’anno agli allievi della II E, presso il liceo Manzoni. Si tratta di un’unità che potrebbe funzionare nell’ambito della didattica breve, presentando un fatto storico che possiede un’autonomia rispetto alla storia europea del Seicento, tuttavia nel mio caso penso sia più corretto parlare di una lezione breve che collega due moduli paralleli di diversa entità.

Il modulo maggiore impostato dalla prof.ssa Quaglino segue l’evoluzione della cultura e della politica dal Medioevo all’età moderna concentrandosi soprattutto sull’esperienza religiosa e sugli aspetti del quotidiano.

Da parte mia, ho avuto la possibilità di presentare l’anno precedente una lezione sulla Magna Charta con cui ho introdotto il problema della lunga durata rispetto alla storia politica inglese.

Frequenti richiami alla peculiarità di questo tema, mi hanno consentito di collocare il presente lavoro sia all’interno del grande modulo che delineava il passaggio dalla mentalità medievale a quella moderna, sia di ricollegarmi puntualmente ad una linea narrativa che permettesse di concentrare l’attenzione sul tema della nascita ed evoluzione del parlamento inglese.

L’ipotesi di partenza sulla necessità di affrontare l’argomento attraverso la lunga durata ha trovato conferma nel saggio Giosuè Musca sulle origini del parlamento, oltre che nell’opera di illustri “storici dilettanti” come Churchill e Chesterton. Ad ogni modo oltre al manuale di storia è indispensabile riferirsi ad una storia dell’Inghilterra recente (nel mio caso quella a cura di K.O. Morgan) e dotarsi di una carta geografica.

Gli allievi infatti possono avvicinare la storia intuitivamente attraverso la conoscenza della geografia umana oltre ad implementare la propria capacità di collocare un fatto storico in un’unità di spazio-tempo, utilizzando le carte geografiche.

La lettura di documenti particolarmente significativi mi ha permesso di esplicitare alcuni concetti fondamentali che sono rimasti nel tempo. Ad esempio l’idea del carattere negativo della carta dei diritti, che non afferma, ma piuttosto limita il potere regio analizzato mediante la lettura del testo originale della Magna Charta, riemerge chiaramente nei documenti relativi all’attività assembleare dell’età Stuartiana. Credo che l’utilizzo di questi strumenti nell’ottica della lunga durata sia necessario perché una sequenza di fatti e cronologie scivoli presto nell’inconscio di ognuno di noi.

Vorrei concludere con una riflessione personale sullo stile di una lezione breve. Ritengo che affrontando la didattica breve il ricorso ad uno stile narrativo possa sortire effetti benefici sull’auditorio. Se abbiamo la capacità di interpretare un fatto storico mantenendone inalterata la complessità, allora non dobbiamo temere di ricorrere all’aneddoto e al cenno biografico, quando esso si rivela persuasivo rispetto ad un metodo degli esempi che operi non solo sulla memoria, ma anche sull’immaginazione dei ragazzi.

La ricostruzione rigorosa non deve insomma precludere la possibilità di restituire il significato di un evento epocale, presentando parallelamente al percorso di lunga durata l’eccedenza di un fatto singolare che visibilizza un punto di svolta della grande storia, all’interno di una narrazione.


Riferimenti bibliografici


C. Capra, L’età moderna, Le monnier, Firenze, 1996

W.S. Churchill, Nascita dell’Inghilterra, Bur, Milano, 1999

W.S. Churchill, Libertà e stato sovrano, Bur, Milano, 1999

K.O. Morgan, Storia dell’Inghilterra, Bompiani, Milano, 1998

G. Musca, La nascita del parlamento nell’Inghilterra medievale, Edizione Dedalo, Bari, 1994

A.V., Atlante storico, Garzanti, Milano, 1977

A.V., Encyclopaedia Brittanica, USA, 1965

A.V., Storia Moderna, Donzelli editore, Roma, 1998