LEGGERE FILOSOFIA

IL DISCORSO SCRITTO, COPIA IMPERFETTA DELL'ORALITA'

SOCRATE : Ho udito , dunque , che nei pressi di Naucrati d' Egitto c' era uno degli antichi dèi locali , di nome Theuth , al quale apparteneva anche l' uccello sacro chiamato Ibis . Fu appunto questo dio a inventare il numero e il calcolo , la geometria e l' astronomia e , ancora , il gioco del tavoliere e quello dei dadi , e soprattutto la scrittura . Regnava a quel tempo su tutto l' Egitto Thamus , che risiedeva nella grande città dell' Alto Egitto che i Greci chiamano Tebe e il cui dio chiamano Ammone . Recatosi al cospetto del faraone , Theuth gli mostrò le sue arti e disse che occorreva diffonderle tra gli altri Egizi . Quello allora lo interrogò su quali fossero le utilità di ciascun' arte , e mentre Theuth gliela spiegava , il faraone criticava una cosa , ne lodava un' altra , a seconda che gli paresse detta bene o male . Si dice che Thamus abbia espresso a Theuth molte osservazioni sia pro sia contro ciascuna arte , ma riferirle sarebbe troppo lungo . Quando Theuth venne alla scrittura disse : " Questa conoscenza , o faraone , renderà gli Egizi più sapienti e più capaci di ricordare : é stata infatti inventata come medicina per la memoria e per la sapienza " . Ma quello rispose : " Ingegnosissimo Theuth , c' é chi é capace di dar vita alle arti , e chi invece di giudicare quale danno e quale vantaggio comportano per chi se ne avvarrà . E ora tu , padre della scrittura , per benevolenza hai detto il contrario di ciò che essa é in grado di fare . Questa infatti produrrà dimenticanza nelle anime di chi l' avrà appresa , perchè non fa esercitare la memoria . Infatti , facendo affidamento sulla scrittura , essi trarranno i ricordi dall' esterno , da segni estranei , e non dall' interno , da se stessi . Dunque non hai inventato una medicina per la memoria , ma per richiamare alla memoria . Ai discepoli tu procuri una parvenza di sapienza , non la vera sapienza : divenuti , infatti , grazie a te , ascoltatori di molte cose senza bisogno di insegnamento , crederanno di essere molto dotti , mentre saranno per lo più ignoranti e difficili da trattare , in quanto divenuti saccenti invece che sapienti " .
FEDRO : Socrate , con che facilità tu fai discorsi egizi e di tutti i Paesi che vuoi !
SOCRATE : Gli antichi , mio caro , dissero che nel santuario di Zeus a Dodona , da una quercia , provennero i primi discorsi divinatori . Agli uomini di quel tempo dunque , dato che non erano sapienti come voi giovani , bastava nella loro semplicità ascoltare una quercia o un sasso , purchè dicessero il vero . A te invece importa forse sapere chi é colui che parla e da dove viene ; non ti accontenti infatti di esaminare se le cose che dice stanno o meno così .
FEDRO : Hai fatto bene a rimproverarmi : anche a me pare che circa la scrittura le cose stiano come sostiene il Tebano .
SOCRATE : Dunque , chi credesse di affidare alla scrittura la trasmissione di un' arte e chi a sua volta la ricevesse , convinto che dalla scrittura gli deriverà qualche insegnamento chiaro e solido, sarebbe molto ingenuo e ignorerebbe in realtà l' oracolo di Ammone , credendo che i discorsi scritti siano qualcosa di più del richiamare alla memoria di chi già conosce gli argomenti trattati nello scritto .
FEDRO : Giustissimo .
SOCRATE : C' é un aspetto strano che in realtà accomuna scrittura e pittura . Le immagini dipinte ti stanno davanti come se fossero vive , ma se chiedi loro qualcosa , tacciono solennemente . Lo stesso vale pure per i discorsi : potresti avere l' impressione che parlino , quasi abbiano la capacità di pensare , ma se chiedi loro qualcuno dei concetti che hanno espresso , con l' intenzione di capirlo , essi danno una sola risposta e sempre la stessa . Una volta che sia stato scritto poi , ogni discorso circola ovunque , allo stesso modo fra chi capisce , come pure fra chi non ha nulla a che fare e non sa a chi deve parlare e a chi no . E se é maltrattato e offeso ingiustamente ha sempre bisogno dell' aiuto dell' autore , perchè non é capace nè di difendersi nè di aiutarsi da solo .
FEDRO : Anche in questo hai proprio ragione .
SOCRATE : Vogliamo allora considerare un altro discorso , fratello legittimo di questo , e vedere in che modo nasce e quanto é per natura migliore e più proficuo di questo ?
FEDRO : Qual é questo discorso e come dici che esso nasce ?
SOCRATE : E' il discorso scientificamente fondato che viene scritto nell' anima di chi apprende , che é capace di difendere se stesso , e che sa con chi deve parlare e con chi non deve .
FEDRO : Intendi dire il discorso di colui che sa , vivo e animato , di cui il discorso scritto potrebbe giustamente dirsi un' immagine ?
(PLATONE, Fedro)

LA FILOSOFIA E’ SOLO FILOSOFIA SCRITTA

L’impressione che si ricava, specie dai dialoghi della giovinezza di Platone, è che la filosofia nasca come un’esperienza orale che interessa un gruppo di amici sollecitati dal desiderio di verità. Anche Hegel nella sua Storia della filosofia accredita questa immagine di persone che si incontrano nella strada o nei dintorni della città e che, dominate dalla figura socratica, danno luogo a conversazioni intorno alla bellezza, all’anima, alla giustizia senza che alcuno scopo pratico indirizzi il loro discorso.

Con ogni probabilità questa è una scena inventata da Platone che, nello sviluppo della sua filosofia, assegnava un’altra pratica all’amore per la sapienza che non fosse quella dell’insegnamento remunerato della sapienza e delle capacità argomentative che era propria dei sofisti come Protagora, Gorgia, Ippia e Prodico che svolgevano la loro attività quando Platone era ancora un ragazzo. Lo scopo che perseguivano i sofisti era quello di fornire strumenti si educazione politica che fossero in grado, tramite l’argomentazione e la cultura, di diventare vettori per convinzioni pubbliche (il referente è l’ambiente del nuovo stato democratico) intorno a scelte politiche che dovevano avere la caratteristica della giustizia […].

La scena platonica è molto differente: non vi è un vero e proprio insegnamento inteso in forma diretta ma vi è un dialogo; coloro che partecipano non paiono animati da un vero e proprio scopo pratico, ma dal seguire l’esito del discorso stesso e dalla disponibilità ad assumerne le conseguenze: la ragione di questo atteggiamento è un modello di educazione che va al di là degli scopi dell’educazione sofistica per coinvolgere la dotazione più profonda dell’uomo, l’anima che costituisce il suo vero essere e l’elemento fondamentale di governo della vita. Così l’oggetto, la psyché (o soffio vitale) della tradizione omerica e poetica, diventa un elemento centrale dell’educazione filosofica, proprio perché l’anima è in relazione con il mondo delle idee.

In quella che abbiamo chiamato la scena platonica emergono quindi alcuni elementi fortemente connessi tra loro: l’anima (come destinataria dell’educazione filosofica), il dialogo come forma della comunicazione attraverso la quale è possibile raggiungere la dimensione dell’anima, la voce, cioè la forma orale del discorso vivente che agisce direttamente sull’anima stessa, e la verità come scopo del discorso che conduce alla sola sapienza possibile, rispetto alle comuni credenze degli uomini derivate dalla sensibilità, quella cioè del mondo delle idee.

Noi sappiamo che Platone considerò l’oralità come il modo unico e appropriato della formazione filosofica, il modo attraverso cui l’azione della parola diviene un elemento ‘drammatico’ di mutamento della disposizione dell’anima dell’interlocutore. E’ ‘in presenza’ che avviene l’educazione filosofica: il testo scritto può valere solo come memoria esteriore e pratica che consente di richiamare alla mente l’accadimento filosofico medesimo. Sono questi gli elementi che, per quanto deformanti e spesso banalizzati, tramandano l’immagine del dialogo filosofico in cui gli interlocutori hanno per obiettivo il raggiungimento se non della verità, per lo meno di quell’orizzonte di discorso che è dominato dal fine (o dal desiderio) della verità.

Nella pratica comune è molto difficile che si realizzi questa che è già una scena organizzata filosoficamente, una drammaturgia che corrisponde alla filosofia della dialettica e del mondo delle idee. Il dialogo pratico assomiglia molto di più a quella che fu la funzione del dialogo in quella che venne chiamata la seconda generazione dei sofisti, dove la contesa tendeva in maniera esclusiva a far prevalere il proprio punto di vista.

E’ molto comune da parte nostra credere vanamente che un discorso intersoggettivo, dove a vantaggio del proprio punto di vista vengono usate tutte le armi suggerite dagli stratagemmi retorici, venga considerato un dialogo filosofico. D’altro canto si deve notare come da tempo nella filosofia scritta, che è la sola filosofia esistente, si rivendichi il principio dialogico come fondamentale nella costruzione del testo filosofico.

[…] Da un certo momento in poi, e certamente possiamo dire da Platone stesso, non esiste più altra filosofia che non sia la filosofia scritta. Può essere però lecita la domanda: come mai tuttavia l’insegnamento della filosofia avviene in così larga misura attraverso la lezione orale? […] La filosofia si presenta a noi essenzialmente come un insieme di testi e un esperto in filosofia è certamente un personaggio che ha a casa sua una biblioteca di testi filosofici e, in fondo, nessuno che si ponga il problema di capire la filosofia, può fare a meno di una collezione di testi di filosofia. Potrei anzi aggiungere che una collezione di testi filosofici, se pure ancora da leggere, e quindi presenti più che altro come testimonianza materiale di uno scopo, possono indicare a se stessi la strada corretta da percorrere, i valichi che, certamente con fatica, sarà necessario attraversare.

La filosofia quindi oggi è tutta scritta e la comprensione filosofica ha il suo luogo naturale nel testo scritto, rispetto al quale la lezione orale ha il solo scopo di mettere dinanzi ai discenti il testo filosofico in una sceneggiatura che lo renda sociale e collettivo e tolga quindi all’apprendimento la situazione, spesso molto difficile se non penosa, della solitudine.

La stessa valutazione positiva che viene data alla discussione filosofica come metodo positivo dell’apprendimento ha una valenza pressoché simile. Discutere le proprie tesi in un rapporto sociale significa talora trovare il limite della propria comprensione fisicamente rappresentato in una voce, in un gesto e in un’espressione che hanno un coinvolgimento affettivo molto rilevante, il che crea una condizione dell’apprendimento che è differente dal rapporto ineliminabile tra se stessi e il testo filosofico. La discussione orale è quindi una felice complementarità (non, e nel modo più assoluto, una sostituzione) dell’apprendimento che avviene sul testo scritto, e la felice complementarità è data soprattutto dallo spirito collaborativo che deve dominare l’esperienza orale e collettiva. Essa rafforza le motivazioni personali, le rende intersoggettive, provoca una vita del testo come oggetto di una comunicazione interpersonale: tutti elementi che dovrebbero provocare una facilitazione nell’apprendimento. Facilitazione che viene del tutto meno se la discussione è dominata da una figura protagonista che identifica se stesso con il risultato interpretativo pieno, provocando negli altri un sentimento di inferiorità e di incertezza che non sono certamente corroboranti al capire (FULVIO PAPI, Capire la filosofia, Ibis, Como-Pavia 1993, cap. 4, L’anima e il dialogo, pp. 27-31).

 

LA VOCE E' UN PONTE FRA DUE SCRITTURE

Che cos’è, con la scrittura, la lettura filosofica? La domanda implica: dove si impara a leggere e a scrivere, e ad ascoltare, la filosofia? Di solito a lezione vengono impartite delle “nozioni” di filosofia: metodi e contenuti. Si dà per scontato che questo basti affinché ognuno arrivi a capire da sé che significa scrivere, leggere, parlare, ascoltare filosoficamente. Qui invece non si presuppone che la cosa sia così semplice e venga da sé [...]. Qui invece si suggerisce che la filosofia è anzitutto un esercizio che mira a produrre il filosofo, ergois te kai logois [...]. Qui si pone la questione elementare di come si parla, si scrive, si legge, si ascolta filosoficamente. Quali sono gli elementi primi di questo fare. Corso di filosofia elementare, dunque (CARLO SINI, Teoria e pratica del foglio-mondo, Laterza, Roma-Bari 1997, pp. 7-8).

È vero, per esempio, che l’avvento della pratica alfabetica mette da parte la pratica dell’oralità, determinando il tramonto del mondo che diciamo del mito e del sacro e dei soggetti di quel mondo. Per altro verso, però, proprio la voce acquista, grazie alla pratica alfabetica, tutta la sua eminenza. Non si tratta peraltro della medesima «voce», quando ci riferiamo all’oralità e alla scrittura; e propriamente neppure esistono questi «oggetti» (la voce, il linguaggio, il pensiero ecc.) prima che la scrittura alfabetica li abbia isolati, ricontestualizzati e risomatizzati come «cose» visibili, nei suoi segni convenzionali. Nelle culture per dir così non alfabetiche la voce, con le sue costitutive oggettualità, continua a fungere in unità con gli altri gesti. Essa non si specializza, non si astrae, disegna ma non segna, istoria ma non fa storia. Questo passaggio si realizza invece nella nostra cultura, in quanto essa trascrive in segni ideali, desomatizzati, i poli del gesto della voce, assunti ora esplicitamente nella loro pura obiettività intersoggettiva. E così la voce trascritta diviene voce di tutti, voce pubblica, verità oggettiva e assoluta, cioè sciolta da ogni altra e dimentica di ogni altra. Verità panacustica e panoramica che dice o aspira a dire il logos divino.

La filosofia è nata essenzialmente come scrittura della voce dell’anima: sua «istoriazione» in quanto problema della sua provenienza, del suo destino e del suo senso. Per questo la figura archetipica e paradigmatica della filosofia è quella di un uomo che diceva di «sentire la voce». Platone fu lo scriba di questa voce che, per apparente paradosso, colui che diceva di sentirla non si curava di scriverla. Nietzsche ne fu a suo volta il primo smascheratore, cioè colui che cominciò ad avvedersi di quale tremendo «parricidio» bisognava macchiarsi pur di continuare a pensare.

In quanto scrittura della voce la filosofia si iscrive essenzialmente in un «fatto letterario»: quello stesso che, trascrivendo i poemi omerici, diede inizio alla letteratura. La prassi di nuovo genere che doveva consentire di vedere le idee e di impiantare su di esse il sapere della teoria, non nasceva dal fatto che i greci possedessero un occhio in più, ma dalla prassi di una nuova scrittura letteraria. La quale infatti esordì significativamente come trascrizione del «dialogo», della voce intersoggettiva che dispone i parlanti entro l’ordine della domanda e della risposta, ordine che ancora governa la ricerca in filosofia, per poi tradursi sollecitamente nella voce anonima del «trattato» che incarna la verità universale del logos, la verità logica valida universalmente per tutti (CARLO SINI, Scrivere il fenomeno, Morano, Napoli 1999; I edizione elettronica, Il Dodecaedro, 2005) .

 

C’è una tradizione del pensiero filosofico perché ci sono dei testi di filosofia. La filosofia permane e si trasmette attraverso i testi, sicché noi filosofiamo sempre o prevalentemente sui filosofi [...]. Sicché, con buona pace di Husserl, la filosofia sembra nascere più dai libri che non dalle “cose stesse”.

In generale la filosofia è una tradizione di parole (con una sua differenza rispetto alla letteratura e alla poesia). La filosofia è affidata alla parola; essa ha luogo in un atto di parola, in una definita pratica linguistica o dei segni linguistici. Ma ciò in due sensi.

C’è anzitutto una pratica orale e una tradizione orale. Essa è predominante nelle scuole antiche, ma è ancora ben viva e presente: pensa alla pratica della lezione, del seminario, del convegno e in generale al dialogo vivente tra i filosofi e tutti coloro che si occupano di filosofia.

Però, affidata alla sola tradizione orale la filosofia non si sarebbe probabilmente conservata, e comunque non sarebbe quale è oggi. Pensa all’influsso della scrittura filosofica: il trattato, il saggio, il commento, ecc. Queste scritture modellano e modificano il pensiero filosofico; non sono semplici trascrizioni della sua pratica orale, neppure quando sembrano esserlo, come nei dialoghi di Platone. La scrittura è una componente essenziale della razionalità filosofica (CARLO SINI, Etica della scrittura, Il Saggiatore, Milano 1992, p. 112).

La scrittura di cui chiediamo conto è l’uso della parola che qui facciamo: un uso presumibilmente filosofico, visto che siamo nell’ambito istituzionale di un corso di filosofia teoretica. Senonché sembrerà dapprima che la scrittura c’entri poco con questo nostro far lezione o assistervi, che è tutto giocato, o così pare, in un’atmosfera di oralità. Già però la parola “lezione” ci smentisce. Essa, come la medievale lectio o l’odierna lecture cara agli anglosassoni, allude a qualcosa da leggere, a un testo scritto. E in effetti i maestri medievali, come sapete, commentavano di norma un testo, arricchendolo, per così dire, di note a margine, di glosse. Ma io intendo sostenere, assai più in generale, che la voce della lezione è comunque connessa alla scrittura, perché quello che si dice qui in molti sensi lo si scrive.

Vi faccio notare che molti di voi prendono appunti e che il mio tavolo è invaso dai vostri registratori: segno eloquente che l'essenziale di quello che dirò ha la funzione di trascriversi in un testo. La parola del professore è così già iscritta in una logica testuale e assegnata ai significati logici che ne risultano, come ciò, appunto, che è opportuno registrare e trascrivere. Che sia proprio così lo state testimoniando voi stessi in questo momento, in quanto noto che avete smesso di prendere appunti, perché pensate che stia divagando e che quello che dico sia solo uno dei soliti preamboli di maniera, nello stile agro-dolce, e un po' patetico, dei professori che cominciano il corso con qualche ricordo personale o con qualche bonaria ammonizione. Non è così e ve ne avevo avvertito: niente preamboli (almeno quest'anno); si va subito alla cosa stessa. Bene, avete ricominciato a scrivere; allora avete capito.

Grosso modo voi scrivete uno schema logico di quello che dico e anch'io, vedete, qualcosa di simile ho qui sul tavolo: un blocco di fogli di cui giro automaticamente le pagine parlando, come fa il direttore d'orchestra con la partitura sul leggio. Anche il professore non si prende esclusivamente nella sua oralità. La parola affidata all'improvvisazione, di cui una lezione necessita per molte intuibili ragioni, si situa negli spazi, fra i passaggi logici schematizzati in uno scritto. Lo schema tiene la parola in carreggiata, per così dire, garantisce che non ci perdiamo per via e testimonia che il professore è una persona seria: non viene qui a improvvisare. La voce del professore che fa lezione è allora come un ponte fra due scritture: la scrittura di chi parla e la scrittura di chi ascolta.

Ma ora avviciniamoci più analiticamente alla questione.

In principio è il professore, perché è lui che decide l'argomento del corso; gli studenti si limitano a decidere di subirlo. Quindi lo prepara, il che comporta molte letture, consultazioni di testi e appunti personali. Lavora con la scrittura, non soltanto in un senso strumentale, ma perché il professore tiene di mira la scrittura generale del corso, che deve prevedere un titolo, una articolazione di argomenti, un indice e cioè un vero e proprio testo ideale, che poi diventerà reale nelle dispense finali del corso. Tutto questo ha avuto un'origine storica precisa, come ci ha insegnato Ivan Illich. Il testo, come ideale strutturarsi della scrittura in un libro, è nato solo tra il XII e il XIII secolo, se non altro perché prima mancava la carta per poterlo costruire. Questi semplici fatti hanno modificato profondamente la nostra mentalità di lettori e, in ultimo, la nostra visione del mondo e il nostro concetto di verità. Ma per tutto questo vi rimando al mio libro Gli abiti. le pratiche, i saperi (e questo, vi faccio notare, è un altro modo in cui la voce della lezione rinvia alla scrittura, poiché di continuo cita e rimanda a testi scritti). San Tommaso, dunque, già faceva lezione come noi, predisponendo una scaletta e degli appunti cartacei, e forse faceva anche preamboli agro-dolci da bravo professore. I suoi studenti, da bravi studenti, prendevano appunti e i più svelti li rivendevano, per farci qualche soldo. Niente del genere accadeva tra sant' Anselmo e i suoi monaci. Che cosa poi accadesse nel Liceo di Aristotele, a parte la loro mania di passeggiare in fila dietro il maestro, non ho idea.

Quindi i problemi che emergono nelle riflessioni di chi decide l'argomento del corso vengono guardati sotto il profilo della loro trascrivibilità. La parola della lezione, prima ancora che accada, è preordinata entro una logica di scrittura che contempla anche la scrittura degli orari, delle aule, dei libri da consultare, dei titoli e sottotitoli, delle dispense e infine degli appunti che devono sorreggere via via ogni ora di lezione. Questi ultimi esigono una scrittura particolare (ogni professore si inventa la sua) che sia funzionale alla esposizione orale. Non tutto ciò che sarà detto viene scritto, ma solo una «traccia». Già evocammo la partitura musicale. In effetti qui ci sarebbero varie analogie e differenze interessanti, e forse un giorno le esamineremo. Possiamo dire che l'appunto del professore ne governa il gesto vocale, così come gli antichi neumi, cioè quei segni che, prima dell'invenzione del rigo musicale, accompagnavano il testo da cantare e indicavano genericamente l'andamento della melodia, governavano il gesto della mano del direttore del coro: direzione chironomica, si diceva.

Lo schema della lezione è dunque una scrittura strategica che attende il riempimento retorico della parola orale, cioè l'incarnazione della gestualità vocale. C'è un residuo non secondario di oralità, ma assediato dalla logica della scrittura e destinato ai vostri appunti e al testo finale delle dispense. Finale però per modo di dire, perché, per disegnare compiutamente la gabbia di scrittura entro cui è avvolta la parola della lezione, dobbiamo aggiungere il vostro studio; cioè la vostra lettura, che spesso dà luogo ad altri più sintetici appunti da memorizzare e quanto meno a quei segni di sottolineatura, di evidenziazione, di nota bene (per non parlare di altre notazioni e riflessioni grafiche molto personali apposte ai margini e che il professore è forse meglio che non legga mai) che sintetizzano l'essenziale o marcano il più importante. Questo poi è ciò che, sostanzialmente, si riferirà all'esame, sicché tutte le pratiche scrittorie tengono di mira questo risultato finale, reso tale attraverso una pratica selettiva governata dalla scrittura.

Di tutto questo lavoro rimane dunque il significato logico, connesso al suo scopo pedagogico. Il professore non fa lezione per produrre le dispense e non fa le dispense per motivi «letterari»; ciò che gli importa è trasmettere una serie di «significati» (e anche di informazioni, certo) che divengano patrimonio della mente e della coscienza, cioè della cultura, dei suoi studenti. Però è anche un fatto che «tiene lezione», come si dice. Non si limita a far girare un testo scritto. E qui l'esposizione orale mantiene una sua specifica funzione, per motivi che ci risultano, al momento, un po' vaghi se non oscuri. È importante dunque che si cominci anche a sospettare che la logica della scrittura non costituisce tutta la verità della lezione, sebbene, come abbiamo visto, da ogni lato la assedi.

Ricapitoliamo. La parola della lezione ha nella scrittura la sua premessa. È impensabile un corso di lezioni se non a partire dalla pratica e dalla logica della scrittura. Essa vi ha il suo strumento e vi ha infine il suo scopo: il corso deve produrre significati, non eventi. L'ascolto della lezione è provvisorio e, almeno in parte, superfluo (è ben possibile superare un esame senza averne frequentato le lezioni: l'essenziale è che ci sia un testo da studiare, in cui la voce si è depositata per essere «criticamente» riletta, che è poi un ufficio essenziale della scrittura). Ora, noi sappiamo che l'unico modo per produrre quelle idealità che sono i significati è «ridurre» la voce entro la pratica della scrittura (ovviamente alfabetica).

Ma che sappiamo noi della scrittura, e in particolare di quella scrittura che è all'opera nella lezione? Di fatto non vi badiamo. La usiamo appunto strumentalmente, senza sospettare che essa, sotto la sembianza di un servo fidato, in realtà spadroneggi nelle nostre anime già da gran tempo alfabetizzate. Ci concentriamo su «ciò che» viene detto a lezione e mai su quelle pratiche che in realtà conferiscono nascostamente alla lezione la sua logica e una parte cospicua del suo senso di verità. li che, nel caso della filosofia, è particolarmente grave e manchevole. Perché la filosofia, già lo diceva Platone, non è un sapere come gli altri, un sapere che sa fare questo o quello, ma è il sapere che aspira a conoscere anche il perché si fa quello che si fa. Ciò che dice una lezione di filosofia non è davvero filosofico, se ci si limita a considerare il contenuto da apprendere. Bisogna ancora rendersi conto che ciò che viene assimilato, senza però essere appreso, è la logica della lezione stessa; non solo la logica del suo contenuto, ma la logica della sua pratica, in cui oralità e scrittura giocano in modi peculiari. Questa logica di scrittura e di lettura, oltre che di ascolto, predetermina nascostamente il significato di verità di ciò che in una lezione si dice.

I segni di questa pratica non sono solo veicoli del significato: sono anche eventi che decidono preliminarmente della posizione e della figura dei soggetti rispetto al significato e del suo senso ultimo di verità.

Mi rendo conto che così vi sto chiedendo di praticare un esercizio impossibile. Da un lato vi chiedo di ascoltare fedelmente ciò che vi sto dicendo; ma dall' altro vi chiedo anche di non fidarvi, di non affidarvi interamente a ciò che viene detto, perché, per colmo di ironia, proprio questo vi viene detto: che bisogna seguire lo svolgimento logico dei significati, ma anche, attraverso questi, osservare la trama della pratica di scrittura che governa e fonda i significati stessi. Presi da questo paradosso, riproponiamo la domanda: che significa scrivere? in quale scrittura è presa una lezione di filosofia? È evidente che non ci servirà a nulla, a questo punto, elaborare teorie sulla scrittura filosofica, teorie che già la presuppongono. Dobbiamo entrare nel cuore della pratica stessa per tentare un esercizio, per quanto paradossale e impossibile, che ci addestri a quel doppio sguardo che qui è richiesto, che ci insegni a osservare la scrittura filosofica che si deposita nei suoi fogli-mondo, come dicevamo l'anno passato, ma che ci insegni anche a praticarla in concreto mentre la si osserva (CARLO SINI, Teoria e pratica del foglio-mondo, Laterza, Roma-Bari 1997, pp. 170-174).

 

CENTRALITA’ DEL TESTO E PROGRAMMI SCOLASTICI - I PROGRAMMI BROCCA

Dai programmi Brocca (1992)
 

Obiettivi di apprendimento
[...]

3. Compiere, nella lettura del testo, le seguenti operazioni:
3.1. definire e comprendere termini e concetti;
3.2. enucleare le idee centrali;
3.3. ricostruire la strategia argomentativa e rintracciarne gli scopi;
3.4. saper valutare la qualità di un'argomentazione sulla base della sua coerenza interna;
3.5. saper distinguere le tesi argomentate e documentate da quelle solo enunciate;
3.6. riassumere, in forma sia orale che scritta, le tesi fondamentali;
3.7. ricondurre le tesi individuate nel testo al pensiero complessivo dell'autore;
3.8. individuare i rapporti che collegano il testo sia al contesto storico di cui è documento, sia alla traduzione storica nel suo complesso;
3.9. dati due testi di argomento affine, individuarne analogie e differenze;
[...]

Indicazioni didattiche (comuni a tutti gli indirizzi)
[...] Il docente dovrà curare e motivare l'approccio degli studenti al pensiero ed al linguaggio filosofico, realizzando la continuità tra l'esperienza dei giovani e la tradizione culturale. La didattica ha, infatti, un ruolo decisivo nella funzione di mediazione tra i testi dei filosofi e il mondo culturale giovanile, caratterizzato dalla forte presenza di linguaggi non verbali. Attraverso la lettura del testo va esplicitata la struttura della disciplina in termini sia semantici (linguaggi-concetti-teorie), sia sintattici (modalità di argomentazione e controllo delle ipotesi), sia storico-critici (con riferimento al contesto), in modo da attivare, nel contempo, processi di apprendimento che pongano strutture della disciplina in rapporto con la struttura conoscitiva del discente, sviluppando apprendimenti di diverso livello.

[...]
1. Gli argomenti dovranno essere affrontati attraverso la lettura dei "testi", cioè delle opere dei filosofi studiati, considerati nella loro interezza o in sezioni particolarmente significative. Queste dovranno essere scelte in modo non troppo frammentario, cioè secondo dimensioni di ampiezza tale da assicurare al testo una sua unità, completezza e comprensibilità. È da escludersi il ricorso a semplici riassunti o sillogi.
La scelta dei testi (opere o sezioni di opere) dovrà inoltre tener conto della loro leggibilità, cioè dell'accessibilità del linguaggio e dei contenuti commisurata al grado di conoscenze posseduto dallo studente.
2. La lettura del testo va programmata sulla base della competenza lessicale (comprensione dei termini), semantica (approfondimento delle idee e dei nodi problematici) e sintattica (ricostruzione dei procedimenti argomentativi).
3. Il testo dovrà essere letto ed interpretato nel suo contesto storico, inteso sia secondo una dimensione sincronica, cioè come risposta alle problematiche del proprio tempo ed in relazione ai testi degli altri campi disciplinari coevi, sia secondo una dimensione diacronica, cioè come momento particolare di un processo cronologicamente più esteso.
A tale proposito si suggerisce l'opportunità di adoperare oltre alle edizioni o traduzioni di testi "classici", una varietà di strumenti (manuali, antologie, dizionari filosofici, monografie critiche con la storia delle interpretazioni dell'autore), che consentano di ricostruire, pur attraverso percorsi differenziati, i termini e gli interlocutori essenziali del confronto delle idee.
4. Per la verifica i docenti sono autorizzati a fare uso dei seguenti strumenti: [...] "tests" di comprensione della lettura (risposte scritte a quesiti predisposti dall'insegnante e concernenti letture svolte).

CENTRALITA’ DEL TESTO E MANUALI SCOLASTICI

1991

GABBIADINI e MANZONI

La biblioteca dei filosofi

Marietti Scuola

1991

CIOFFI, LUPPI, VIGORELLI e ZANETTE

Il testo filosofico

Bruno Mondadori

1996

TORNATORE, FERRISI e POLIZZI

La filosofia attraverso i testi

Loescher

1997

TROMBINO

Filosofia, testi e percorsi

Poseidonia