LO STATO PONTIFICIO TRA XIV E XV SECOLO

 

Destinatari

Studenti del terzo anno di liceo scientifico

Tempi

5 ore

Finalità

Acquisizione di una visione globale del processo di costruzione dello Stato Pontificio tra il XIV e il XV secolo per meglio comprendere il ruolo politico e non solo religioso ricoperto dalla Chiesa nel panorama Europeo del tempo. Comprendere i motivi della decadenza morale della Chiesa per riuscire a capire poi, perchè si affermerà in seno alla Chiesa la necessità di una Riforma.

Obiettivi di conoscenza

Conoscere i motivi del trasferimento della Curia ad Avignone e gli avvenimenti che coinvolsero la Chiesa in questo periodo Conoscere l’organizzazione amministrativa dello Stato Pontificio Conoscere il conflitto che la monarchia papale dovette affrontare con i conciliaristi per la sua affermazione Conoscere il decadimento morale della Chiesa a partire dal periodo della Cattività Avignonese fino ad arrivare all’affermazione del fenomeno noto come Nepotismo

Obiettivi di Competenza

Capacità di intersecare diversi ambiti del sapere Comprendere l’importanza dei documenti storici, saperli commentare e contestualizzare in base alle conoscenze storiche acquisite Analizzare e organizzare sinteticamente le questioni trattate

Capacità espositiva chiara e coerente

Prerequisiti

LA NASCITA DELLO STATO DELLA CHIESA:

Gregorio Magno

Il ruolo dei Longobardi nella nascita dello Stato della Chiesa (la donazione di Sutri di Liutprando al patrimonio Sancti Petri)

Ruolo della Chiesa nell’Impero Carolingio

LO SCISMA TRA CHIESA D’OCCIDENTE E CHIESA D’ORIENTE

L’AFFERMAZIONE DELL’AUTORITA’ PONTIFICIA TRA XI E XII SECOLO:

Nicola II e il Concilio Laterano del 1059

Libertas ecclesiae e il primato del papa: il dictatus papae di Gregorio VII

Lotta delle investiture

Evoluzione del papato in senso monarchico

IL PAPATO TRA XII E XIII SECOLO:

Ripresa della lottata papato e impero

Innocenzo III e l’apogeo del papato

Strumentalizzazione politica delle crociate

CRISI DEL PAPATO ALLA FINE DEL XIII SECOLO

6) IL CONSOLIDAMENTO DELLE ISTITUZIONI MONARCHICHE IN EUROPA E IL CONFLITTO TRA BONIFACIO VIII E FILIPPO IL BELLO

Strumenti

Lezione frontale e dialogata ( invitare i ragazzi a porre domande ed osservazioni sulle questioni trattate)

Lettura dei documenti e commento

Verifica

Produzione di un elaborato in cui i ragazzi partendo dal commento di uno dei documenti che abbiamo letto insieme devono affrontare e rielaborare la questione a cui il documento da loro scelto si riferisce

CONTENUTO

Introduzione

La costruzione dello Stato pontificio segue in parte percorsi analoghi a quelli delle altre formazioni europee; in parte introduce nuovi elementi di riflessione. Il papato manteneva infatti, sul piano istituzionale, caratteristiche del tutto peculiari che lo differenziavano dagli altri poteri monarchici. Inoltre, nei due ultimi secoli del medioevo, la sua storia subì profondi rivolgimenti, generati dapprima dal trasferimento della sede pontificia ad Avignone, poi dalle lacerazioni del cosiddetto “Grande scisma”.

La violenza del conflitto con la Francia e l’uso della forza contro la persona stessa del papa Bonifacio VIII, ebbero un effetto traumatico sugli ambienti papali.

Il pontificato di Clemente V e l’inizio della “cattività avinonese”

Una settimana dopo la morte di Bonifacio VIII, venne eletto il suo successore, Benedetto XI, che nel suo breve pontificato (ottobre 1303-luglio 1304) cerco dì riportare una certa tranquillità in seno alla Chiesa. Alla sua morte si diffuse la voce che il papa fosse stato avvelenato, pare con polvere di diamante. (Il Villani ci racconta le strane circostanze della morte di questo papa e del modo in cui il nuovo papa salì sul soglio pontificio. Leggere Documento 1).

I cardinali scelsero come successore al soglio pontificio l’arcivescovo di Bordeaux, Bertrando De Got, che venne eletto il 5 giugno del 1305 con il nome di Clemente V. Il cronista Giovanni Villani sosteneva che la scelta di questo papa non fosse stata casuale e raccontava di un accordo segreto tra Filippo il Bello e l’arcivescovo Bertrando de Got che avrebbe assicurato a quest’ultimo il pontificato. Anche se di questo accordo non ci sono prove, è fuori discussione che il nuovo papa fosse ben visto dal re di Francia. La curia venne per il momento fissata a Bordeaux, che gli italiani comunemente chiamavano bordello, poiché ritenevano che la Chiesa romana, mutatasi in una meretrice, se ne sarebbe andata oltre i monti per meglio fornicare.

Nel 1309 il papa decise di spostare la Curia ad Avignone. Con Clemente V iniziò la “cattività avignonese” del papato: i sette papi che si succedettero, dal 1305 al 1378, soggiornando per lo più ad Avignone, restarono lontani dall’Italia per più di settant’anni.

Il luogo comune della “cattività” trova il suo inizio nella posizione, vivamente polemica, che nel trecento si prese da parte italiana contro il papato avignonese. Certamente questa residenza della curia fuori Roma non era del tutto normale. Anche ai contemporanei dovette apparire un controsenso che la curia pur stando ad Avignone continuasse a chiamarsi Romana.

La storiografia recente tende, tuttavia, a valutare questo avvenimento in maniera più equilibrata e aderente alla realtà storica. Non è corretto considerare Avignone una sorta di oscura parentesi nella storia del papato. I papi del trecento non furono e non si sentirono affatto né in esilio né in schiavitù.

Il tempo che i papi passarono ad Avignone è certamente uno dei più caratteristici della storia del tardo medioevo per aver contribuito decisamente e definitivamente alla costituzione di un vero e proprio Stato della Chiesa, uno stato monarchico assoluto, uno stato politicizzato e burocratizzato, dove l’istanza religiosa vera e propria si indebolì notevolmente. La Chiesa si costituì come Stato territoriale in Italia e Provenza. Il programma politico del papa fu quello di rafforzare il sistema politico guelfo, imperniato su Parigi, Avignone, Firenze e Napoli, e di rilanciare su questa base il suo ruolo politico sovranazionale.

I motivi che spinsero il papa a trasferire la curia pontificia ad Avignone

Il legame con la corona francese precedeva di molto il trasferimento della Sede pontificia in Francia, e si rafforzò fino a sostituire quello tradizionale con l’Impero germanico. Indubbiamente l’influenza francese sul papato fu assai forte, non a caso tutti i papi avignonesi furono originari della Francia meridionale e lo stesso accadde con i cardinali da loro nominati, dei quali ben centododici su centotrentaquattro erano francesi. Francese era, infine, in stragrande maggioranza, il personale della curia. Questo però, non comportò affatto un indebolimento del papato e un arresto di quella evoluzione della Chiesa in senso monarchico che già era in atto nel XII e XIII secolo.

La scelta di Avignone per fissare la sede pontificia fu molto vantaggiosa per il papato. Avignone sorgeva sulla riva sinistra del Rodano, faceva parte della regione storica della Provenza e in particolare del Contado Venassino, inoltre apparteneva all’amica dinastia degli Angioni di Napoli. Nel XIII secolo la Santa sede cominciò a formarsi un dominio in quella zona. Il conte di Tolosa Raimondo Berengario IV, nel 1229, per salvare dalla conquista francese le terre che aveva al di là del Rodano (il Contado Venassino), le aveva cedute al papa Gregorio IX, contando poi di riprendersele. Nel 1236 Federico II restituiva il Contado al conte di Tolosa, ma alla sua morte il re di Francia occupava il contado che passava al figlio, Alfonso di Poitiers; i diritti della Chiesa non vennero tenuti in conto. Nel 1274 Gregorio X rivendicò i diritti sul Contado Venassimo che diventò terra della Santa Sede; Avignone però rimase in possesso di Carlo D’Angiò e solo nel 1328 venne acquistata ed entrò a far parte del dominio pontificio. La posizione geografica di Avignone era molto favorevole economicamente poiché si trovava al centro di una fitta rete di vie di comunicazione, di terra e di mare, con il mondo cristiano, grazie al solco del Rodano e della Saona. La tranquillità della piccola città della Provenza e la possibilità per i pontefici di operare al riparo dagli intrighi e dalle continue lotte della nobiltà romana, crearono le condizioni ideali perché la curia raggiungesse un livello organizzativo assai alto, dotandosi di un apparato burocratico-amministrativo al quale si ispireranno, in seguito, le stesse monarchie europee: un apparato che consentì ai pontefici di accentrare nelle proprie mani tutta la direzione della vita della Chiesa, riducendo sempre più gli spazi di autonomia delle istituzioni ecclesiastiche locali. Così la scelta di vescovi e arcivescovi, che nel XII e XIII secolo veniva fatta in genere dai capitoli delle cattedrali, nella prima metà del trecento fu sempre più spesso di competenza papale, fino a diventare prassi consolidata a fine secolo. Lo stesso avvenne con i superiori dei monasteri e con un numero sempre maggiori di benefici minori. Questo nuovo sistema nasceva anche dall’esigenza di sottrarre le istituzioni ecclesiastiche alle pressioni delle forze locali, ma comportava l’inconveniente di suscitare il malcontento dell’aristocrazia, nonché delle comunità cittadine e di tutti quelli organismi di potere che da secoli erano abituati ad esercitare un’influenza più o meno grande sulle chiese locali. Né meno scontenti erano vescovi e capitoli cattedrali che si vedevano privati della facoltà di disporre di benefici da sempre ricadenti nella loro giurisdizione.

Lo stabilirsi della curia fuori Roma nel XIV secolo non costituì una rivoluzione inaudita nella storia, perché anche altri papi prima di allora avevano lasciato Roma, ciò che risultò straordinario fu il soggiorno prolungato fuori dall’Italia. Questo evento senza precedenti non si spiega soltanto con il fatto che tali papi furono tutti francesi, ma ci furono anche altri fattori: primo fra tutti quello rappresentato dalle guerre che in quel periodo lacerarono la penisola italiana, lo Stato pontificio e Roma stessa. L’elezione di un papa francese acquistava per Roma un significato del tutto particolare, per il fatto che, dalla morte di Martino IV (1285) in poi, non soltanto tutti i pontefici erano stati italiani, ma vi era stato con Onorio IV e Bonifacio VIII, una speciale accentuazione del loro carattere “nazionale” romano. I papi si erano uniti a Roma e i romani erano sempre più avvezzi a guardare al pontefice come al loro sovrano.

Quando Clemente V divenne papa, la situazione italiana appariva assai confusa e densa di pericoli. Vi erano, inoltre, altre ragioni che dovevano indurre il nuovo pontefice a rimanere in Francia, sebbene in più occasioni egli aveva manifestato la volontà di tornare a Roma: nel 1291 era caduta S. Giovanni d’Acri, ultimo bastione cristiano in Terra Santa, e l’organizzazione di una nuova crociata richiedeva la pace tra i principi europei, in particolare tra il re di Francia e quello d’Inghilterra. Dopo laboriose trattative, patrocinate da Clemente V, i due sovrani giunsero a una riconciliazione.

La soppressione dell’ordine dei templari

A trattenere il papa sul suolo francese fu anche il processo avviato da Filippo il Bello contro Bonifacio VIII, accusato di eresia e di altri gravi crimini. Il pontefice voleva evitare ad ogni costo questo processo, se non altro per non creare un precedente, ma anche perché, oltre alla sconfitta ideologica e politica, si sarebbe anche avuto lo spettacolo dell’umiliazione pubblica di quel papa che aveva agito, parlato, giudicato in veste di vicario di Cristo. Filippo per venire a patti con il papa si servì della questione dell’ordine dei templari che dal re erano accusati di gravissimi crimini.

La volontà di Filippo di far sopprimere l’ordine era mossa da ragioni più di natura economica che religiosa dato che egli, trovandosi in difficoltà finanziarie, aveva bisogno di incamerare i beni dell’ordine. (L’ordine era diventato molto ricco in Francia e con lo sviluppo del commercio tra il levante e l’occidente europeo i templari cominciarono a fungere da banchieri mercantili, inoltre, essendo molti coloro che avevano depositato gioielli e altri tesori personali presso i templari di Francia, l’ordine era sulla buona strada per diventare una grande potenza economica, dato che godeva di molti privilegi e molte immunità.) Il processo a Bonifacio venne evitato perché il papa accettò di essere accomodante nella questione dei templari.

La corte francese manovrò il processo ai templari e con la tortura riuscì ad estorcere confessioni sconvolgenti. Essi vennero accusati di sodomia e di empietà, furono condannati e i loro possedimenti confiscati. Il papa convocò un concilio a Vienne che si riunì nel 1311 e con un decreto papale del 22 marzo 1312 sciolse l’ordine. Il prezzo pagato dal papa per evitare il processo contro Bonifacio fu veramente alto: la sua reputazione soffrì moltissimo di tutta questa storia.

Si può dire che il pontificato di Clemente V fu caratterizzato da mancanza di diplomazia, di esperienza, di addestramento e di capacità intuitive, il che spiega il vero e proprio capitombolo del papato. Il papato con lui aveva perduto la guida morale, spirituale e autorevole, che era riuscito a costruire in Europa in secoli di lavoro minuzioso, anche se questo non significa che durante la residenza ad Avignone il papato fosse diventato appendice della Francia e della sua politica.

Nel 1314 morì Clemente V, con la sua morte si aprì la cosiddetta questione romana: si sentì fortemente la necessità che la curia tornasse a Roma soprattutto ora che anche l’Impero era vacante.

Giovanni XXII e l’organizzazione amministrativa dello Stato Pontificio

Il conclave si riunì a Carpentrasso nel maggio del 1314; si sarebbe concluso solo il 7 agosto 1316 a Lione con l’elezione di Giovanni XXII, vecchio più di settant’anni, ma vigoroso e attivissimo. Con lui saliva alla suprema dignità della Chiesa un tipico papa politico e anche un vero genio dell’organizzazione al quale la maestosa costruzione della Chiesa deve molto tutt’ora. Fu allora che la Curia avignonese venne bollata con l’ingiurioso epiteto di Babilonia, con il quale il Petrarca la chiamerà correntemente, e va da se che il concetto di esilio, di cattività, ne risultò anche più approfondito. A Giovanni XXII era apparso chiaro che sull’impero non si poteva più contare, ma la Chiesa aveva comunque bisogno di un advocatus e il proposito del nuovo papa era quello di procurarselo nella persona del re di Francia. Giovanni XXII, fin dall’inizio, si preoccupò della situazione amministrativa della curia e anche dello scadimento dell’autorità papale, che si era verificata durante il pontificato precedente. Si trattava di riconquistare al papato l’autorità perduta, di attirargli il rispetto dei popoli, occorreva rinsaldare il vincolo che lo legava alla cristianità. Questo fu un programma che egli perseguì con rara costanza per tutti e diciotto gli anni del suo pontificato.

Il punto essenziale della sua azione fu però quello finanziario amministrativo, dato che, anche una potenza spirituale come il papato, aveva bisogno di fondare i propri mezzi di azione sulla proprietà territoriale e la ricchezza.

Ora parlare di sovranità finanziaria (che come sua caratteristica ha quella di imporre tributi e leggi), riguardo al papato significa considerarlo uno Stato a tutti gli effetti.

Quanto al carattere di Stato, lo si può riconoscere alla Chiesa entro certi limiti e con certe distinzioni. E’ fuori discussione che c’era un territorio con confini definiti e con una propria popolazione che lo Stato della Chiesa aveva per poter essere chiamato tale: questo era il contado Venassimo, la città di Avignone dopo il 1348, e i territori italiani. In questo Stato il papa era senza dubbio il sovrano ed esercitava direttamente o attraverso suoi vicari il suo dominio: egli aveva qui il diritto di porre ed esigere tributi e imposte, esercitando in pieno la sua sovranità finanziaria.

Ma c’è ancora un settore dove si può individuare una certa giustificazione tributaria, e cioè quella dove il papa, capo della Cristianità, si trova in rapporti feudali con alcuni Stati che avevano accettato in varia misura di essere suoi vassalli. La situazione era chiara per il regno di Sicilia fin dal 1059. Il potere tributario del papa arrivava ovunque e non riguardava tanto gli ecclesiastici che erano tassati ovunque fossero, ma anche i secolari laici che venivano raggiunti per vie indirette. In questa situazione la Chiesa non poteva non urtarsi con lo Stato: si trattava di una zona di giurisdizione mista, dove i conflitti erano all’ordine del giorno, perché lo Stato pretendeva e non senza ragione che gli ecclesiastici fossero in primo luogo suoi sudditi,con tutto ciò che il termine comportava, e solo in secondo luogo sudditi tributari del papa e della Chiesa, concepita addirittura come una potenza straniera.

Il conflitto avveniva con molta facilità proprio sul piano fiscale: esempio famoso fu lo scontro tra Bonifacio VII e Filippo il Bello.

La fiscalità pontificia si era venuta delineando nel corso del secolo XIII, in particolare con Innocenzo III, a causa delle necessità finanziarie che la Chiesa aveva avuto nelle lotte contro Federico II, nelle ultime crociate e nella conquista del regno d’Italia a favore de Carlo D’Angiò. Ragione per cui l’organizzazione amministrativa della Chiesa si venne definendo con grande rapidità, sia come amministrazione della chiesa nel senso più stretto, sia come amministrazione dell’ “impero feudale” della Chiesa, e naturalmente come stato territoriale, con le sue esigenze amministrative, di difesa ecc. Le finanze così raccolte dovevano tutte confluire verso la Curia. Per alimentarla non bastano i soli redditi patrimoniali; occorreva, sempre più, reperire nuovi e più copiosi cespiti. Già dal XIII secolo la fonte di entrata più copiosa per il papato era la decima (rientrava nei sussidi straordinari), per lo più imposta per la crociata o per altri scopi. Ad esempio Innocenzo VI, uno dei papi avignonesi, la richiederà per condurre la riconquista dello Stato pontificio affidata al cardinale Albornoz.

Vi erano anche altre imposte, ma solo con il periodo avignonese, per iniziativa di Giovanni XXII, vennero sistematicamente organizzate ed esatte. Egli provvide ad un esatto censimento di tutte le persone tassabili, e perseguitò tutti quelli che ora chiamiamo evasori fiscali. Giovanni mandò subito a richiedere ai duchi di Sicilia e di Trinacria il versamento feudale per cui erano in arretrato: addirittura minacciò Roberto D’Angiò di togliergli la corona se non avesse pagato entro sei mesi.

Tra i tributi richiesti dalla Chiesa si possono distinguere quelli straordinari, che si esigevano a seconda delle esigenze, e tributi ordinari, che avevano un’ applicazione costante e regolare. Tutti questi tributi confluivano nell’organo centrale della Camera apostolica che gestiva le finanze. All’incremento continuo delle entrate corrispondevano però spese altrettanto grandi per mantenere il numeroso personale della curia e una corte raffinata e splendida, dove erano accolti letterati e artisti da ogni parte d’Europa, senza contare poi le ingenti somme necessarie ai papi per finanziare il loro intervento in Italia e soprattutto per mantenere il controllo dello Stato pontificio.

Altro organo della curia pontificia era la Cancelleria che aveva il compito di redigere documenti di ogni genere. Qui lavoravano centinaia di persone che nel corso del trecento cominciarono a riunirsi in collegi, assimilabili alle corporazioni, allo scopo di organizzare meglio il lavoro e di tutelare più efficacemente i loro interessi materiali e spirituali. Il sistema si perfezionò nel corso del quattrocento quando divenne sistematica la pratica di vendere gli uffici. All’origine di essa c’era la consuetudine, già diffusa nel trecento, di fare al pontefice un omaggio all’atto della nomina: omaggio che poi si trasformò in vera e propria vendita, soprattutto a partire da Pio II (1458-1464) e Sisto IV (1471-1484). In questo modo la curia subito incamerava una determinata somma, mentre l’acquirente si rifaceva della spesa attraverso le tasse pagate da coloro che richiedeva i documenti. L’ufficio poteva essere rivenduto al titolare, in caso contrario il papa ne recuperava la piena disponibilità e poteva venderlo nuovamente. Se si considera che molti curiali detenevano molti uffici contemporaneamente, si comprende come la curia romana si configurasse come un grande apparato burocratico-finanziario, il più complesso e meglio organizzato dell’Europa del tempo.

La denuncia del decadimento morale della Chiesa

Tutto questo suscitò contro il papato un’avversione che venne sempre più intensificandosi e che darà luogo all’esigenza di una riforma interna alla Chiesa.

L’ira e le recriminazioni si appuntarono soprattutto contro Giovanni XXII. Certamente le ripercussioni nel campo morale furono gravi e a lungo andare disastrose, ma dal punto di vista finanziario la politica finanziaria del papa diede ottimi risultati. Dante accusò apertamente questo mondanizzarsi della Chiesa, soprattutto di quella avignonese (leggere doc. 2. Paradiso, XXVII canto, versi 42-63). Anche Marsilio Da Padova, nel suo Defensor pacis, riteneva che il papato fosse fattore di disturbo della pace mondiale, la quale poteva essere restaurata solo eliminando l’istituzione in quanto autorità di governo.

Nel fiscalismo avignonese si manifesta in maniera imponente la fase del processo evolutivo di accentramento amministrativo della Chiesa.

 

Giovanni XXII e lo scontro con Ludovico il Bavaro.

Altro episodio importante che riguardò il pontificato di Giovanni XXII fu lo scontro con Ludovico il Bavaro. Lo scontro si ebbe a causa delle sempre più alte richieste papali nei confronti dell’impero: solo il papa poteva nominare un vicario che governasse in Italia e in caso di vacanza dell’impero era il papa stesso ad assumere il ruolo di vicario imperiale su tutto il territorio. Il papa depose il vicario che per l’Italia era stato nominato da Ludovico, sostituendolo con Roberto D’Angiò.

Il papa non riconobbe il titolo imperiale a Ludovico e il 23 marzo 1324 lo scomunicò e proibì ai suoi sudditi di obbedire al suo governo. Ludovico criticò aspramente il papato per l’abuso delle censure ecclesiastiche nel perseguimento dei propri interessi; inoltre, accusò il papa di eresia per aver favorito la fazione eretica dell’ordine francescano e nel 1324 l’imperatore chiese la convocazione di un Concilio generale.

La replica del papato fu immediata: deposizione e scomunica del re e interdizione papale su tutti i suoi seguaci. Allo stesso tempo il papa perseguitò l’ala ortodossa dei francescani.

Nel 1328 Ludovico dichiarò decaduto il papa e nominò un antipapa nella persona di Niccolò V, un francescano. L’antipapa si ritirò dalla sua posizione dopo l’appello lanciato dal papato avignonese per una crociata contro Ludovico.

Nella costituzione Licet Iuris (1338) l’imperatore ridimensionò gli antichi diritti del papato relativi all’Impero: tale costituzione negava al papa il diritto di esaminare il candidato imperiale, e se il papa rifiutava di incoronare l’imperatore tale funzione poteva essere assunta da un qualunque vescovo o arcivescovo: questo fu preliminare alla Bolla d’oro di Carlo IV di Boemia.

La generale mancanza di orientamento, perfino in questione puramente teologiche, è evidente anche in alcune opinioni espresse da Giovanni XXII, per le quali egli fu censurato da organi competenti. Fu uno spettacolo a cui il mondo cristiano non aveva mai assistito: il papa fu definito eretico non solo dagli oppositori politici, ma anche da competenti teologi. In punto di morte il nonagenario papa ritrattò le proprie opinioni erronee, riguardanti la cosiddetta visione beatifica; tuttavia egli fu uno dei migliori canonisti e dei più profondi conoscitori del diritto. A Giovanni XXII successe Benedetto XII (1334-1342).

La situazione romana prima del ritorno del papa

I papi avignonesi non abbandonarono mai l’idea di tornare a Roma. Tuttavia tale progetto non era di facile attuazione e Roma stessa se ne rese conto quando cercò di indurre il papato a trasferirsi nella sua sede originaria con un anacronistico tentativo di riportare la città al suo antico splendore. I contrasti tra la realtà misera del presente e i ricordi dell’antica grandezza, resi più stridenti dal recupero del passato avviato nella prima metà del trecento dagli umanisti, crearono le condizioni per la singolare avventura di Cola Rienzo, iniziata durante il pontificato di Clemente IV ( 1342-52). Egli, notaio di professione e dotato di buona cultura letteraria, concepì l’ardito disegno di ridare a Roma la sua antica grandezza stringendo in torno ad essa tutta l’Italia. Facendo leva sull’esasperazione del popolo, riuscì nel maggio del 1347 a sollevarlo contro la nobiltà e ad impadronirsi del potere, assumendo il titolo di “tribuno della libertà, della pace e della giustizia e liberatore della sacra repubblica romana per l’autorità del clementissimo Signore Gesù”. Il 1° agosto convocò un’assemblea di signori italiani e di rappresentanti di Comuni, nel corso della quale proclamò risorto l’impero romano e rinnovata la romana libertà. La sua iniziativa suscitò un grande entusiasmo tra gli umanisti e soprattutto nel Petrarca che gli scrisse una lettera. (v. documento 3. Lettera di Petrarca a Cola Rienzo)

Ma Cola si abbandonò presto agli eccessi della dittatura a causa dei quali fu solo davanti alla reazione della curia avignonese e della nobiltà e fu costretto a lasciare la città. Si recò in Germania presso Carlo IV di Boemia, sperando di ricevere appoggio ma fu arrestato e consegnato al Papa Innocenzo VI (1352-62). Quest’ultimo lo accolse bene e pensò di utilizzarlo nel tentativo di riprendere il controllo di Roma. Nell’agosto del 1354 Cola investito del titolo di senatore fece ritorno a Roma al seguito del legato papale Egidio di Albornoz. La seconda avventura di Cola fu ancora più disastrosa della prima, si alienò ancora una volta le simpatie del popolo e venne ucciso. L’insuccesso di Cola non impedì tuttavia a Egidio di Albornoz di proseguire nella sua opera e di raggiungere, nel volgere di pochi anni, grandi risultati. Egli, infatti, era allo stesso tempo un militare, un esperto di diritto costituzionale e un diplomatico; all’abile guida di un piccolo esercito questi riuscì a riconquistare lo Stato pontificio a sottomettere i signori ribelli, costringendoli a riconoscersi vicari della Chiesa e ponendoli sotto il controllo dei rettori provinciali di nomina pontificia. Lo stesso fece con le grandi città, alcune delle quali occupò direttamente come Viterbo, Orvieto, Spoleto. Si impadronì inoltre di Bologna togliendola ai Visconti, e ottenne l’omaggio di Firenze e Siena. A coronamento della sua opera promulgò a Fano le cosiddette “Costituzioni Egidiane”, una serie di norme che diedero allo Stato pontificio una configurazione destinata a durare sostanzialmente fini al 1816, quando furono ufficialmente abolite.

La riconquista dello Stato della Chiesa da parte del cardinale Albornoz, che lo reggeva con pugno di ferro e un prestigio incomparabile, creò le condizioni favorevoli per il ritorno a Roma del papa.

Il ritorno a Roma del papa

Durante il pontificato di Urbano V (1362-1370) il problema del ritorno a Roma si ripropose in tutta la sua gravità, perché sia Carlo V, re di Francia, che altre personalità fecero drammaticamente presente al papato il grave danno che la residenza ad Avignone comportava per l’istituzione.

Così il viaggio venne deciso e iniziò il 19 maggio del 1367, il papa entrò a Roma il 16 ottobre dello stesso anno scegliendo come sua residenza il Vaticano anziché il Laterano. Tuttavia, rispetto al senso di sicurezza ed agiatezza di Avignone, il soggiorno a Roma si rivelò deludente, anche perché Albornoz era morto poco prima del ritorno del papa nella città e questo aveva privato il papato di un valido difensore militare e di un abile diplomatico. La ripresa delle ostilità tra Inghilterra e Francia (guerra dei cent’anni) offrì ad Urbano V il pretesto per ritornare ad Avignone, da dove la curia riteneva più facile esercitare un’attività di mediazione. Il 23 settembre la Curia si ristabilì ad Avignone dove il papa morì meno di tre mesi dopo.

La gloria di aver riportato per sempre il papato a Roma doveva spettare al suo successore, Gregorio XI (1370-1378), il quale vincendo ogni difficoltà e sostenuto dalle calde esortazioni di Santa Caterina da Siena (v. documento 4. Epistola di Santa Caterina da Siena a Gregorio XI), ma anche per contrastare le truppe viscontee che aveva cercato di rioccupare il territorio papale, tornò a Roma il 17 gennaio 1377, stabilendo come il suo predecessore la sua sede in Vaticano, che da allora è rimasta la sede ufficiale del papato.

Il grande scisma

La morte di Gregorio XI, avvenuta il 27 marzo 1378 pose subito il Collegio Cardinalizio, in maggioranza francese, davanti al problema di dargli un successore.

I Romani temendo che venisse scelto un papa francese che volesse riportare la sede pontificia ad Avignone, inscenarono delle manifestazioni al grido “Romano lo vogliamo o almeno italiano”. Si disse che i cardinali intimiditi dalla folla elessero l’arcivescovo di Bari, Bartolomeo Prignano, che prese il nome di Urbano VI (aprile 1378). La scelta fu una soluzione di compromesso in quanto Prignano non era né romano né italiano né francese, ma napoletano di nascita ed educazione. Egli aveva ricoperto ad Avignone l’incarico di funzionario della Cancelleria della curia e aveva così acquisito un’esperienza straordinaria in campo amministrativo. Nelle difficili settimane che seguirono alla sua elezione egli manifestò la debolezza del suo carattere: irascibilità, megalomania ed estrema insolenza in Concistoro. La situazione era molto delicata perché lo sviluppo degli uffici curiali presso la corte di Avignone aveva portato, almeno in pratica, ad una forma di governo oligarchico in quanto il papa non potendo riuscire a controllare tutti i numerosi dicasteri li aveva affidati ai cardinali. Questi ultimi acquisirono poteri che a Roma non avevano avuto. Al fine di porre questi loro nuovi diritti su base costituzionale i cardinali ricorsero ai cosiddetti patti elettorali o capitolari e, già in occasione dell’elezione di Innocenzo VI, nel dicembre 1352, concordarono tra di loro che il nuovo papa si sarebbe attenuto alle seguenti clausole: 1.i cardinali non avrebbero mai dovuto superare il numero di venti, e per ogni nuova consacrazione il papa doveva avere il consenso dei due terzi dei cardinali; 2. tutti i redditi curiali andavano divisi in parti uguali fra il papa e i cardinali; 3. i parenti del papa non avrebbero potuto ricoprire cariche importanti.

A questo primo patto elettorale ne seguirono molti altri che furono sempre più dettagliati e limitarono sempre più il potere del papa; tuttavia una volta eletto nessun papa li rispettò mai, perché inconciliabili con la plenitudo potestatis.

Quindi Urbano appena eletto manifestò la volontà di sostituire all’oligarchia, praticata ad Avignone, la monarchia del papa: il suo comportamento fu tutt’altro che prudente. I cardinali, trattati in modo duro e diffamatorio dal papa, decisero di impugnare la sua elezione e dichiararla nulla perché avvenuta in condizioni intimidatorie. Si procedette, così, ad un nuovo conclave in cui si elesse il cardinale Roberto di Ginevra che prese il nome di Clemente VII e che si insediò ad Avignone. Non è da escludere che la deposizione di Urbano VI, avvenuta dopo cinque mesi dalla sua elezione, era dovuta al fatto che i cardinali francesi si fossero pentiti della loro scelta per il pessimo carattere del papa e soprattutto per i suoi propositi di ridimensionare la potenza del corpo cardinalizio. Certo è, che i due papi considerarono entrambi legittima la propria elezione e diedero vita a due colleghi cardinalizi e a due Curie: una a Roma ed una ad Avignone. L’aspetto saliente di questa duplice elezione risiede nel fatto che fu lo stesso Collegio cardinalizio ad eleggere i due papi; nei numerosi scismi precedenti questa circostanza non si era mai verificata.

In altri tempi forse questo scisma si sarebbe ricomposto alla morte di uno dei due contendenti, ma la situazione era ora complicata da considerazioni di carattere politico, dato che le varie corti d’Europa cercarono di trarre vantaggio dalla situazione in cui si trovavano i due pontefici per guadagnare appoggi alla propria causa. La situazione si cristallizzò per cui i due collegi cardinalizi precedettero regolarmente alla nomina di un nuovo papa ogni volta che la sede si rendeva vacante.

Lo scisma non turbava molto i regnanti europei, destava tuttavia sconcerto tra le coscienze cristiane, contribuendo ad abbassare ulteriormente il prestigio della dignità sacerdotale e a dare nuova linfa alla lotta degli eretici contro la carnalità della Chiesa. Non era facile per i cristiani stabilire chi era il papa legittimo. L’Europa era divisa in due: la Francia, la Scozia, l’Aragona, la Castiglia e la Navarra erano dalla parte di Clemente VII, mentre quasi tutta l’Italia, la Germania, l’Ungheria, l’Inghilterra, la Polonia e la Scandinavia seguivano Urbano VI. (cartina 1)

La Chiesa Universale assistette al disfacimento dell’istituzione che avrebbe dovuto essere alla sua testa.

La costituzione della Chiesa era gravemente difettosa: anche i cardinali se ne rendevano conto e miravano alla costituzione di un governo oligarchico in cui il papa fosse un “primis inter pares”. Ma questo piano non ricevette alcun appoggio dall’esterno del collegio. Un’alternativa era di fare del Concilio generale della Chiesa uno strumento di governo efficiente e rappresentativo; alla fine si optò per questa soluzione. Appena due anni dopo l’inizio dello scisma cominciarono ad apparire le prime ondate di opuscoli e di opere letterarie in cui si chiedeva la convocazione di un Concilio generale, ma il problema era: chi doveva convocarlo?

Verso la soluzione dello scisma

Più lo scisma si prolungava più era difficile individuare i mezzi per mettergli fine. Per cercare di trovare una soluzione si impegnarono le università. Furono avanzate tre soluzioni possibili:

la via cessionis, che prevedeva l’abdicazione di entrambi i papi in modo da poter fare una nuova elezione, ma questa non venne accettata da entrambe le parti.

la via concilii, a cui erano favorevoli quasi tutte le università e che consisteva nel convocare un Concilio per decidere chi era il papa legittimo, ma restava il problema di chi lo dovesse convocare.

la via compromissi, secondo cui ciascuno dei due papi avrebbe dovuto attenersi alla decisione di un tribunale arbitrale, ma tale proposta non ebbe molti sostenitori.

la via substractionis, su cui insisteva l’università di Parigi, che prevedeva che i seguaci dei due papi ritrassero il voto di fedeltà e di obbedienza prestato; questa fu applicato per qualche tempo ma non ebbe successo.

Quando il papa di Roma Gregorio XII (eletto nel 1406) accettò di incontrare il suo rivale avignonese Benedetto XIII (eletto nel 1394), sembrò che la soluzione fosse vicina, ma i legati papali non riuscirono ad accordarsi su una località reciprocamente conveniente e così, quando questo tentativo si concluse nel nulla quasi tutti i cardinali abbandonarono Gregorio e chiesero la convocazione di un Concilio generale. Il concilio era visto non solo come il luogo in cui risolvere lo scisma ma anche come il luogo in cui avviare finalmente l’opera di riforma della chiesa, ritenuta ornai necessaria per arginare le eresie e per rinnovare la vita religiosa. L’idea del concilio aveva ormai convinto tutti, persino i cardinali avignonesi che nel 1409 si incontrarono con i loro colleghi di Roma a Pisa, dove effettivamente si svolse un Concilio in cui si affermò che il potere supremo non apparteneva al papa ma al concilio. Qui si dichiararono entrambi papi manifestatamene scismatici ed eretici, vennero deposti e venne eletto un nuovo papa, Alessandro V, arcivescovo di Milano. Il mondo cristiano si trovò così ad avere tre papi, perché nessuno degli altri due riconobbe la validità del concilio di Pisa. La situazione già di per se incresciosa per la presenza simultanea di tre papi, tre amministrazioni curiali, tre Collegi di cardinali, con tutti i problemi connessi alla triplice guida del mondo cristiano fu aggravata dalla morte prematura di Alessandro V e dalla necessità di una nuova elezione che portò al soglio pontificio una superba figura di militare, di combattente e di generale: Giovanni XXIII. Egli essendo incapace di reggersi senza l’aiuto di un principe secolare, ricorse al re Sigismonso di Germania che in precedenza aveva accettato tutte le implicazioni del concilio di Pisa. Sigismondo convocò il Concilio di Costanza per l’autunno del 1414. Questo fu forse il concilio più imponente di tutto il medioevo; i suoi decreti rappresentarono la vittoria totale del conciliarismo e la sconfitta assoluta e definitiva del sistema ierocratico-papale.

L’elemento fondamentale del conciliarismo era che il potere non risiedeva più nel monarca papale ma nella Chiesa, rappresentata dal concilio generale; in tale sistema il papa era un semplice rappresentante del Concilio Generale: egli riceveva il potere dalla Chiesa e ad essa doveva rispondere. Il papa diventava così il servo della chiesa, un suo semplice funzionario.

Quindi nel sistema monarchico papale i diritti della Chiesa e dei suoi funzionari erano quelli concessi dal papa mentre nel sistema conciliare era il papa che doveva la propria posizione ei propri diritti alla chiesa attraverso la mediazione del concilio generale. La speranza di Giovanni XXIII di venire eletto quale unico papa venne presto a cadere: quando si rese conto dell’ostilità generale nei suoi confronti decise di fuggire da Costanza, ma fu catturato e tenuto sotto custodia cautelare fino al dicembre 1417. Da parte sua il papa di Roma Gregorio XII, inviò, nel luglio 1415, una delegazione che riconobbe il Concilio e presentò la sua abdicazione; il papa di Avignone, Benedetto XIII, non seppe invece fermarsi al momento giusto, alla fine il Concilio lo depose, in base al decreto del 26 luglio 1417. Così il concilio elesse il nuovo papa nella persona del cardinale Ottone Colonna. Il nuovo papa Martino V pose fine allo scisma l’11 novembre 1417 e venne salutato da una folla immensa come primo papa ecumenico dopo quarant’anni.

L’affermazione del conciliarismo

Tra i decreti emanati dal Concilio meritano un accenno particolare la Haec Sancta e il decreto Frequens in cui appariva in piena luce il principio conciliare. In base al primo decreto (leggere documento 5), il concilio universale, in quanto rappresentante della chiesa, derivava il suo potere direttamente da Cristo e quindi aveva autorità su tutti i cristiani compreso il papa. L’idea del conciliarismo non poteva essere espressa in modo più chiaro. L’altro decreto (leggere documento 6) stabilì che i concili dovevano essere tenuti regolarmente ogni dieci anni, tranne il primo che si sarebbe tenuto dopo cinque anni e il secondo dopo sette. Furono poi emanati altri decreti che riguardarono le misure per prevenire un nuovo scisma, l’abolizione di tutte le esenzioni concesse nel periodo dello scisma, la limitazione del diritto di tassazione papale, la composizione del collegio dei cardinali e il numero dei cardinali per ogni nazione, scomuniche, indulgenze ecc.

Alcuni di questi decreti facevano parte di accordi speciali stipulati tra Martino V e alcune nazioni: tali patti furono chiamati per la prima volta concordati. A parte la loro importanza intrinseca in relazione alla materia trattata, essi costituiscono un ulteriore indicazione del valore assunto dalle singole nazioni; essi dimostrano che il papato che fino ad allora si era considerato al di sopra di regni e nazioni, ora, per il fatto di stipulare degli accordi con le varie nazioni su questioni papali ed ecclesiastiche, veniva considerato dai contemporanei una potenza al pari delle altre potenze europee.

Dopo cinque anni dal concilio di Costanza venne convocato il concilio di Pisa nel 1423. In questa occasione non fu possibile concludere nulla per l’esiguo numero dei partecipanti per cui i lavori si chiusero già l’anno dopo.

Crisi conciliarista e piccolo scisma

Molto più importante fu il concilio convocato a Basilea nel 1431 aperto da Eugenio IV, successore di Martino V. Il concilio di Basilea ebbe numerosi partecipanti, in esso furono approvati molti decreti riformistici. La materia principale che qui venne trattata fu la disciplina ecclesiastica, la composizione del collegio dei cardinali e il governo del patrimonio di S. Pietro, la riduzione e l’abolizione delle tasse che andavano pagate alla curia. Il concilio pretese di esercitare esso stesso il governo della chiesa, con propri organi amministrativi e giudiziari, paralleli e contrapposti a quelli pontifici. Il conflitto con il papato divenne così inevitabile. In questo contesto si inserì la proposta dell’Imperatore d’oriente di riunificare la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente. La proposta era dettata dalla necessità dell’imperatore di avere l’aiuto del mondo occidentale nella lotta contro i Turchi. Per l’incontro con la legazione greca si rese necessaria la scelta di una località su cui tutti fossero d’accordo; il papa per ragioni storiche ed ideologiche optò per una località italiana, così il concilio venne spostato a Ferrara. Questa decisione del papa non tenne conto della volontà dei conciliaristi di continuare il concilio a Basilea o di spostarlo ad Avignone. La rottura tra il papa e i conciliaristi più animosi fu inevitabile; essi si rifiutarono di obbedire al papa, restarono a Basilea e dopo aver dichiarato decaduto il papa nominarono un antipapa nella persona dell’ex duca di Savoia, Amedeo VIII, con il nome di Felice V. Così, mentre a Firenze, dov’era stato nuovamente trasferito il concilio, si celebrava la riunificazione della chiesa d’occidente con quella d’oriente con il decreto Laetentur, un altro scisma si presentava in seno alla Chiesa d’occidente. Si trattò questa volta però di uno scisma di breve durata, che terminò nel 1449 con il riconoscimento del nuovo pontefice romano Niccolò V (1447-1445).

 

 

La crisi del movimento conciliarista, sancita dagli eventi di Basilea, mostrava chiaramente come fosse arduo mettere mano a un’effettiva operazione di riforma della chiesa e come i problemi aumentassero anziché diminuire, quando si trattava di indebolire la monarchia papale, sovrapponendo ad essa assemblee ingovernabili di dotti e prelati. Gli stessi principi che avevano tratto vantaggio dalla crisi dell’autorità papale, si resero conto che la strada migliore per il rafforzamento del loro potere era quello di stabilire con il papato degli accordi che salvaguardassero i loro reciproci interessi, delimitando in maniera chiara le rispettive sfere di influenza. In particolare in cambio del riconoscimento del superiore autorità del papa si chiedeva: la tassazione dei beni ecclesiastici e relativa riduzione delle imposte a favore della curia pontificia; controllo delle cariche ecclesiastiche più importanti, quali vescovati e grandi abbazie; competenza dei tribunali civili in materia ecclesiastica; adeguata rappresentanza delle varie nazioni all’interno del collegio cardinalizio. In questa direzione si stavano muovendo al tempo le più importanti monarchie europee, Francia e Inghilterra, le cui Chiese si vennero configurando dagli inizi del 1400 come delle entità dotate di una certa autonomia nei confronti di Roma.

Lo stato in cui più velocemente apparve delinearsi una chiesa nazionale fu la Francia con la così detta Chiesa Gallicana, il cui clero si riunì nel 1437 in un sinodo nazionale promosso da Carlo VII. L’evento fondamentale di questa assemblea fu la limitazione imposta al pontefice nella tassazione del clero francese.

Monarchia papale e Nepotismo

Superata al crisi conciliarista il papato potè dedicarsi al recupero del terreno perduto: recupero che avvenne a tutti i livelli e con grande impiego di mezzi.

Sul piano teorico dottrinale fu sferrata una grande offensiva contro quello che restava delle teorie conciliariste, attraverso l’opera di autorevoli teologi e intellettuali, quali Niccolò da Cusa, Giovanni di Torquemada, Enea Silvio Piccolomini (diventato papa Pio II, 1458). Quest’ultimo come papa pubblicò nel 1460 la bolla Exsecrabilis, nella quale riaffermò il ruolo del papato come guida suprema della cristianità, escludendo che il concilio potesse essere un organismo permanente e ad esso sovrapposto. Contemporaneamente procedeva il potenziamento dell’apparato burocratico-amministrativo della curia, verso la quale riprese e si potenziò quel flusso continuo di cacciatori di benefici che si era allentato per alcuni decenni. Cresceva intanto il prestigio e il numero dei membri del collegio cardinalizio che si venne configurando come un organismo di rappresentanza delle varie famiglie principesche d’Europa, ma soprattutto d’Italia, le quali cercavano con tutti i mezzi di avere un cardinale di famiglia il cui compito principale doveva essere quello di controllare la concessione dei benefici ecclesiastici all’interno del dominio della propria famiglia.

I pontefici miravano a stabilire un più saldo controllo sulle terre del loro dominio, affidando cariche e signorie locali a membri della propria famiglia. Questo è il fenomeno noto con il nome di Nepotismo. Questo fenomeno se pur considerato negativamente dal punto di vista spirituale, ha una sua ragione sul piano storico politico, dato che i pontefici, provenienti ormai quasi tutti dalle grandi famiglie dell’aristocrazia romana e italiana, tendevano a comportansi come gli altri principi della penisola e quindi a trasmettere il potere all’interno della propria famiglia.

La restaurazione dell’autorità politica del papato sulle terre dello Stato della Chiesa e il consolidamento del suo potere temporale, contribuirono a rafforzare l’immagine di capo della Chiesa Universale. Lo stato pontificio, pur rimanendo un organismo politico relativamente debole costituiva tuttavia uno spazio politico di rispetto, sufficiente ad evitare pressioni e interferenze dirette.

Il papato assunse una nuova fisionomia legata all’umanesimo che si era affermato in quel periodo: la città di Roma si avviò ad acquistare quella fisionomia di splendida capitale della Chiesa Universale. I papi di questo periodo per la maggior parte italiani, furono attratti dalla cultura umanista tanto che si verificò un vero e proprio capovolgimento dei valori: se prima era l’istituzione ad assorbire la figura del papa che era un semplice funzionario, ora, in virtù del nuovo ruolo e della funzione assunta dall’individuo, il papa prese il posto dell’istituzione. L’istituzione scadde a tal punto che della sua autorità e del suo governo non rimasero quasi tracce: era la personalità dei singoli papi che contava e che dava il tono al pontificato. Non era più importante la carica di per sé con i suoi poteri, ma il carattere personale del singolo papa con la sua umanità. Restava precario l’equilibrio raggiunto fra le esigenze centralizzatrici della sede apostolica e rivendicazioni di autonomia da parte delle chiese nazionali e dei principi: il papa era un principe italiano i cui interessi erano locali e puramente egoistici, e come tale lo trattavano le nazioni europee. Alla fine del quattrocento il papato poteva vantare un rafforzamento delle strutture di governo ecclesiastico, un saldo dominio sullo stato pontificio, ma nonostante questo, urgeva nella Chiesa una riforma morale e istituzionale: era grande il disagio dei credenti di fronte all’inerzia romana per il problema della riforma che divenne un’aspirazione sempre più forte all’interno del mondo cristiano.

Bibliografia

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E. Duprè Theseider, Problemi del papato Avigninese, Riccardo Patrono editore

W. Ulmann, Il papato nel Medioevo, Laterza

E. Igor Mineo, Alle origini dell’italia di antico regime, In Manuali Donzelli: Storia medievale