Lutero e la Riforma: gli aspetti teologico-dottrinali

Destinatari: studenti del terzo anno di liceo scientifico.

Presupposti: a) conoscenza della situazione storica-sociale-religiosa dell’Europa all’inizio del Cinquecento; b) capacità di articolare le tesi di una testimonianza dell’epoca, sapendo distinguere gli aspetti sociali da quelli politici e/o religiosi.

Obiettivi: a) conoscenze: gli aspetti teologico-dottrinali, sociali e politici della Riforma protestante; b) competenze: capacità di leggere ed interpretare una fonte storica e di problematizzare una interpretazione storiografica; c) atteggiamenti: capacità di padroneggiare ed articolare, mettendole in relazione tra loro, le diverse interpretazioni del fatto storico in questione.

Tempi: per l’intera unità, compresa la lettura dei testi, 6 ore.

Strumenti: testi tratti dalle maggiori opere di Lutero.

Contenuti: cfr. più avanti.

Verifiche formative: interrogazioni dal posto, in itinere, inviti alla riflessione sui testi e/o sulle interpretazioni storiografiche.

Verifiche sommative: interrogazioni orali, questionari a risposta aperta.

 

Nel corso dei secoli, raramente una singola persona ha provocato uno sconvolgimento storico così profondo come Martin Lutero.

Per descrivere la natura poliedrica e rivoluzionaria della sua personalità, lo storico Roland Bainton è ricorso all’immagine di "una matassa di fili multicolori che vengono attorti nel passare attraverso un anello in modo che ogni filo passi ma la combinazione dei colori risulti diversa". Tuttavia la vita di questo tormentato monaco agostiniano –nonostante violenti scossoni e un’estrema drammaticità- si svolge con una regolarità e semplicità sorprendenti.

Il futuro riformatore nasce il 10 novembre 1483 ad Eisleben, in Turingia in una famiglia piccolo-borghese, che aveva compiuto una certa ascesa sociale grazie ad un’industria estrattiva del rame. L’atmosfera sociale che plasma la giovinezza di Lutero è quella legata alla piccola struttura protocapitalistica, in una regione culturalmente abbastanza marginale, ancora molto legata al medioevo, e praticamente non raggiunta dallo spirito del Rinascimento e dell’Umanesimo. E’ in conformità ad una spiritualità rigida e superstiziosa che questi viene educato: i primi insegnamenti non sono senza amore, anche se associati a fini ambiziosi. Come prevedono gli schemi abituali dell’epoca, a soli tredici anni viene allontanato dalla casa paterna e mandato a studiare prima a Mansfeld, poi a Magdeburgo e infine vicino ai suoi parenti materni, a Eisenach. Dopo aver frequentato la Facoltà delle Arti a Erfurt, contravvenendo ai progetti paterni che lo volevano studente di Giurisprudenza, il giovane Lutero decide di abbracciare la vita monastica e di dedicarsi allo studio della Teologia.

Tra i numerosi monasteri di Erfurt, si decide per gli Eremiti agostiniani: oltre che all’impostazione severa della vita, la buona fama del convento è dovuta anche allo Studio generale in esso incorporato. Visti gli esiti brillanti degli studi, non ancora venticinquenne, il giovane frate riceve l’incarico di insegnare teologia, prima a Erfurt e, dal 1512 a Wittenberg, come successore del vicario generale Giovanni von Staupitz, sulla cattedra di scienze bibliche.

Questa rapida ascesa sembra difficilmente lasciar spazio per quelle dure lotte e quei conflitti interiori, di cui egli spesso parlerà più tardi. La causa di quei conflitti era, del resto da ricercare in una profondissima commozione della coscienza provocata dal rapporto con Dio e, come afferma Ebeling in un "insolito atteggiamento di attesa nei confronti della Bibbia". Questo senso di precarietà, che rasenta a volte il panico e la disperazione, non riguarda le verità fondamentali della dottrina cristiana o la grazia divina offerta nei sacramenti, ma piuttosto la propria dignità o perfezione: la presenza di Dio nel sacramento della Messa incute timore, la predestinazione divina suscita la paura dell’inferno e della dannazione eterna.

Nonostante queste occasioni di profondo turbamento – vere e proprie sfide alla concentrazione- l’attività intellettuale di Lutero è caratterizzata da uno straordinario dinamismo.

Nel 1517 affronta i testi teologicamente più impegnativi di Paolo: la Lettera ai Romani, la Lettera ai Galati e la Lettera agli Ebrei. Nel corso di quest’anno il frate pubblica anche le note 95 tesi con le quali prende ufficialmente posizione contro il modo in cui la Chiesa romana amministra le indulgenze. Questa modalità di "alleggerimento" della pena che era stata introdotta nel medioevo non rappresenta, in realtà, il vero obiettivo polemico della critica di Lutero. Le 95 tesi intendono anzitutto chiarire quale possa essere, nel quadro di una penitenza evangelicamente intesa, l’efficacia delle indulgenze, e quali sono le devianze e, soprattutto, le illusioni che esse alimentano. Le Tesi denunciano inoltre gli abusi enormi commessi dai predicatori delle indulgenze, sovente incoraggiati dal silenzio delle autorità ecclesiastiche e civili, che in tale "commercio" traggono lauti guadagni. Il papa deve –secondo Lutero- riappropriarsi della dimensione spirituale della penitenza e fare in modo che il cristiano sia esortato a seguire Cristo attraverso la fede.

Per comprendere bene questa complessa materia –lontana per certi aspetti dalla nostra sensibilità- occorre essere a conoscenza del funzionamento della disciplina penitenziale della chiesa medievale, sostanzialmente ancora in vigore nella chiesa cattolica odierna. Il perdono dei peccati comportava quattro momenti decisivi: la confessione del peccato commesso da parte del peccatore; l’imposizione da parte del confessore di una pena che il penitente dovrà espiare dopo l’assoluzione sacramentale; la remissione della colpa da parte di Dio sulla base di un pentimento sincero del peccatore; la riconciliazione del peccatore con la Chiesa dopo l’espiazione della pena. Solo Dio può rimettere la colpa: a questo fine nessuna indulgenza serve, agiscono solo la misericordia di Dio e il sacrificio di Cristo. La pena è invece di competenza della Chiesa: la sua funzione è di attestare la realtà del pentimento avvenuto. Le pene possono consistere in preghiere, digiuni, elemosine o opere di misericordia. L’indulgenza si prefigura come un atto di relativa clemenza della Chiesa che, venendo a soccorso dei suoi "figli" come una madre compassionevole, attenua il rigore della disciplina penitenziale addolcendo la pena, commutandola ad esempio in un’offerta di denaro.

E’ un fatto indiscutibile, come peraltro sostiene P. Ricca, che per la chiesa rinascimentale esse rappresentano una grossa operazione finanziaria e una fonte importante di reddito. Lutero critica l’abuso di tale pratica, partendo dalla teologia cattolica: la remissione della colpa è operata da Dio in virtù di una grazia incondizionata, l’imposizione della pena è invece operata dalla Chiesa che agisce per mezzo di una grazia condizionata. Una critica che non tocca –almeno per il momento- l’aspetto venale di tale commercio, ma quello teologico e pastorale. Il frate si accorge che la gente non va tanto per il sottile e, ignorando i distinguo dei teologi, identifica remissione con espiazione, sminuisce il valore della penitenza e trasforma il perdono in un oggetto di empia compravendita, una questione di soldi più che di fede. La vendita delle indulgenze si risolve in una vendita di illusioni e, in queste condizioni, la salvezza stessa delle anime è a rischio. E’ questa la ragione per cui Lutero lancia un polemico allarme: le cause della Riforma, come sostiene Bainton, sono quindi, originariamente, di ordine teologico dottrinale.

Un’altra questione ferventemente dibattuta da Lutero nelle sue tesi, che va a scalfire il concetto dell’infallibilità papale, è quella riguardante il cosiddetto "tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei Santi". L’idea che sta alla base di questa credenza è quella secondo cui Cristo, i santi e i martiri hanno accumulato molti più meriti di quelli di cui essi avevano bisogno per la loro redenzione. Questi meriti eccedenti il fabbisogno personale di ciascuno confluirebbero in una specie di "fondo meriti" che costituisce il "tesoro della chiesa" al quale la gerarchia cattolica può attingere per compensare e coprire il deficit di meriti dei peccatori, estinguendo così le pene che essi dovrebbero subire. Questa operazione di trasferimento di meriti dal "tesoro della chiesa" al singolo penitente, a giudizio esclusivo e discrezione insindacabile dell’autorità ecclesiastica, può valere sia per i vivi sia per i defunti in purgatorio (luogo di transizione ideato nel Medioevo ove stazionano le anime in attesa di ascendere al paradiso).

La polemica di Lutero mette qui seriamente in discussione la capacità salvifica della chiesa: "il papa non può", "la Chiesa non può", è solo la parola di Dio predicata che può ogni cosa, quando è ricevuta dalla fede. Bisogna sottolineare inoltre che non esiste alcuna somiglianza tra i meriti di Cristo e quelli dei santi: solo i secondi possono –al limite- valere al posto dei demeriti o dei meriti mancanti dei penitenti. Acutamente Lutero nota che l’idea di "merito" è fuorviante: non è una categoria biblica, il credente non ha alcun merito davanti a Dio. Compito della Chiesa è annunciare la grazia immediata e incondizionata di Dio, divulgare l’Evangelo, non trasferire (dietro compenso) i meriti di Cristo! Inutile ricordare che la pubblicazione delle 95 tesi ha, nella Germania del tempo, una notevole risonanza tanto da destare una reazione papale molto forte ed incisiva.

Leone X richiama ufficialmente Lutero e non inasprisce le sue posizioni solo per accattivarsi le simpatie di Federico di Sassonia, principe protettore del frate inquisito ma soprattutto grande elettore imperiale, vicino inizialmente alle posizioni papali ed oppositore dell’elezione al soglio imperiale di Carlo V. La condanna è inizialmente rimandata al giugno 1520 quando, calate temporaneamente le tensioni politiche internazionali, il pontefice emana la bolla Exsurge Domine nella quale viene ribadita la capacità salvifica della Chiesa romana e l’infallibilità papale. Nel 1521 in seguito all’editto di Worms, Lutero è scomunicato e bandito ufficialmente dai territori dell’impero: ancora una volta, grazie all’intercessione di Federico di Sassonia, che simula un rapimento, può continuare indisturbato la sua opera di riforma. Da quel momento in poi le motivazioni politiche e religiose della Riforma sono strettamente intrecciate a rivendicazioni di carattere sociale. I severi provvedimenti papali non scoraggiano il frate domenicano dal continuare la sua profonda opera di "risanamento della Chiesa cattolica". L’attività letteraria diventa feconda tanto da portare alla divulgazione di ben quattro scritti.

Ne La cattività babilonese della Chiesa la Chiesa viene paragonata a Babilonia, luogo di corruzione e di eresia. E’ questo lo scritto dove viene ridefinita la dottrina dei sacramenti e dichiarata l’inutilità delle gerarchie ecclesiastiche. Dal momento che il sacramento viene considerato come il segno visibile di una grazia invisibile, sono ritenuti degni di tale qualifica solo il Battesimo e l’Eucarestia, da amministrare quest’ultima secondo la forma di una consustanziazione ( presenza reale di Dio nel sacramento) e non di una transustanziazione ( trasformazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo). Durante l’Eucarestia ( da intendersi col significato letterale di ringraziamento), non si compie alcun sacrificio, il prete non offre nulla a Dio sull’altare, il convivio non si ripete: l’uomo non ha nulla da offrire, è solo Dio che dà. L’opera del ministro non consiste nel far sì che Dio sia presente, ma nel sollevare il velo per fare in modo che la Sua presenza sia percepibile.

Gli altri cinque sacramenti vengono letteralmente de-sacralizzati e privati di qualsiasi efficacia: il matrimonio viene considerato come una pratica utilizzata anche da non cristiani e, motivazione sicuramente più importante, come un importante strumento di controllo della vita pubblica,amministrato dalla Chiesa per fini non semplicemente pastorali; l’ordinazione non viene considerata un sacramento perché non istituita ufficialmente da Cristo: Lutero inizia qui ad accennare alla teoria del sacerdozio universale, secondo cui tutti i fedeli sono sacerdoti, poiché tutti possono liberamente accedere alla lettura dei Testi Sacri anche se alcuni tra loro possono essere chiamati per esercitare determinate funzioni di guida o di servizio dei confratelli;l’estrema unzione viene ridotta a mera superstizione; la cresima viene conservata come rito della Chiesa, ma non come sacramento; alla penitenza infine viene riconosciuta una certa efficacia purificatrice (Cristo ha detto "pentitevi"), anche se non va sicuramente praticata secondo le indicazioni della Chiesa romana.

Un’altra tesi originale di Lutero, quella del servo arbitrio, motivo di dissenso con Erasmo,viene enunciata nello scritto Della libertà del cristiano. Lutero assume una posizione dottrinale molto rigida relativamente al tema della capacità umana della salvezza: l’uomo, schiacciato dalla colpa e dal peccato, non può che attendere l’intervento salvifico e gratuito di Dio. Tale consapevolezza troverebbe conferma anche nel Nuovo Testamento: nel vangelo di Giovanni, Cristo interrogato dagli Ebrei circa le opere da compiere, dice "…è necessario riporre tutto nella fede, chi la possiede possederà tutte le cose e sarà salvato, ma chi non le possiede non avrà niente". Secondo l’interpretazione luterana delle Lettere ai Romani di S.Paolo la giustizia divina salva l’uomo senza che egli si guadagni la salvezza con le opere imposte dalla legge morale. Da questa impostazione discende la negazione del libero arbitrio: esso si esplica nel tentativo dell’uomo di adeguare il proprio agire alla volontà generale, ma tale libertà è inutile e fuorviante: solo la giustizia di Dio può salvare e sussiste senza le opere dettate dalla legge.

Non si può concludere il rapido accenno agli scritti di tale periodo senza far riferimento ad un’altra opera importante non solo per gli sviluppi dottrinali, ma anche per quelli politico-sociali della Riforma:si tratta dell’appello ai principi tedeschi intitolato Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca.Il testo si rivolge alla classe dirigente laica tedesca allo scopo di esortarla a ribellarsi agli abusi del potere ecclesiastico. Lutero invoca i nobili ad abbattere le "tre muraglie" che il potere ecclesiastico ha eretto e impediscono la diffusione del vero cristianesimo.La prima è costituita dalla distinzione tra chierici e laici all’interno della Chiesa: come s’è già accennato tutti i cristiani appartengono allo stato ecclesiastico e non esiste tra loro differenza alcuna; come ricorda San Paolo "siamo un solo corpo, ma ogni organo ha il suo compito particolare con cui serve gli altri".Il secondo pregiudizio da superare è quello secondo cui solo i chierici sarebbero i soli "maestri di scrittura":tutti i credenti possono infatti compiere un libero esame delle scritture, senza la mediazione o, nel peggiore dei casi, strumentalizzazione da parte degli uomini di Chiesa. La terza muraglia da abbattere è infine quella credenza dogmatica secondo cui solo la persona del papa può convocare un concilio ed inoltre nessuno può mettere in discussione il suo operato né, tanto meno,la sua autorità. Questa asserzione non trova fondamento nelle Scritture,ragione per cui ogni cristiano può convocare un concilio qualora il papa sia di scandalo alla cristianità.

Durante i lavori della Dieta di Worms, il 17 e il 18 aprile 1521, Lutero viene ufficialmente invitato a ritrattare le tesi contenute in tali scritti: dinnanzi all’ennesimo rifiuto Carlo V emette un solenne editto, che sancisce la scomunica dalla Chiesa cattolica del frate domenicano e il bando dai territori imperiali. È solo grazie all’intervento del suo principe elettore, che lo fa rapire per impedirne la cattura, ospitandolo nella sua fortezza di Warturg, che Lutero può continuare la sua opera di riforma religiosa e politica dell’Europa.

Gli aspetti sociali

Il messaggio riformatore della libertà del cristiano raggiunge rapidamente tutti i ceti, favorendo la manifestazione di disagi sociali diffusi.

È il caso, ad esempio, della rivolta dei cavalieri: questo ceto è formato soprattutto da quella piccola feudalità, che versa da tempo in condizioni critiche, dopo che l’utilizzo sempre più diffuso delle compagnie di ventura mercenarie l’ha privata della tradizionale fonte di ricchezza, la guerra e il saccheggio. Richiamandosi superficialmente al messaggio luterano, soprattutto ai suoi aspetti più polemici nei confronti del clero cattolico, i cavalieri, riuniti nella cosiddetta Alleanza fraterna, credono di potersi facilmente impadronire dei beni della Chiesa cattolica. Nel 1522, guidati da Franz von Sickingen, iniziano a devastare la Germania, saccheggiando chiese e monasteri. Di fronte al precipitare degli eventi, Lutero decide di condannare la rivolta: in pochi mesi, un esercito comandato dai principi, affronta e distrugge la numerosa banda.

Più difficilmente gestibile si rivela invece, la rivolta dei contadini che, come ha detto Schilling "scosse l’impero dalle fondamenta". Da tempo movimenti di migliaia di contadini percorrono la Germania, denunciando un forte disagio sociale. La crisi agraria del tardo medioevo ha reso più pesanti i vincoli di servitù dei ceti rurali e le libertà amministrative e comunitarie dei villaggi risultano gravemente intaccate. La storiografia più recente ritiene che alla base delle rivolte si possono individuare una serie di motivazioni ricorrenti, la più importante delle quali è costituita dalla violazione, ad opera di un’autorità, di quello che le popolazioni considerano un principio di giustizia. È quindi l’ingiustizia, più che la fame o le dure condizioni di vita a scatenare la rabbia popolare contro quei poteri pubblici il cui primo compito sarebbe proprio quello di rispettare o far rispettare le leggi.Nella Germania del primo Cinquecento l’offensiva signorile viene a colpire in un contesto nel quale i contadini, grazie anche al notevole sviluppo delle comunità, hanno raggiunto una particolare consapevolezza della natura e del valore dei propri diritti. Il fondamento di tali diritti viene ricercato da un lato nel rapporto feudo-vassallatico, e quindi contrattuale, che li lega al signore; dall’altro nell’esistenza di un alto numero di comunità libere, non infeudate, e pertanto soggette al solo imperatore. Alla natura patrizia del rapporto feudale si fa appello per denunciare il carattere illegittimo delle pretese del signore, il quale tenta abusivamente di trasferire le concessioni da ereditarie in vitalizie, introduce nuove pesanti tasse sulla successione o sulla vendita dei poderi, limita in maniera più o meno pesante la libertà personale dei suoi vassalli. Questo attacco ai diritti individuali dei contadini è inoltre accompagnato da una forte offensiva contro le prerogative della comunità: i contadini rivendicano l’usurpazione dei diritti comuni (caccia, pesca…) sulle terre di proprietà collettiva.Questo malcontento diffuso trova espressione in un manifesto composto da 12 articoli,in cui i ribelli esprimono le loro rivendicazioni in un linguaggio fortemente religioso: si contestano i diritti signorili sulle persone, sui beni e sui territori comuni, si chiede di poter eleggere o destituire i parroci e di pagare le decime solo in favore dei villaggi e non della Chiesa o dei signori.Questi diritti vengono rivendicati richiamandosi al principio luterano della sola Scriptura:"dovrà esserci dimostrato sulla parola di Dio che gli articoli non sono ammissibile e noi li abbandoneremo quando ciò sarà chiarito in base alla Scrittura". I contadini si riuniscono in una Unione cristiana, rivendicando richieste non rivoluzionarie ma volte ad affermare una concezione di comunità che vuole ripristinare gli antichi diritti consociativi, ma in un cristianesimo rinnovato. Ogni tentativo di intesa con i signori fallisce e lo scontro cresce con durezza, giungendo a saccheggi di monasteri e castelli. Tra i contadini prendono allora il sopravvento gli elementi più radicali, tra i quali un seguace di Lutero,Thomas Muntzer, che vede nella rivolta la battaglia per la realizzazione del regno di Dio già in questo mondo. Secondo il teologo rivoluzionario, gli interessi individuali vanno sottomessi al bene comune, è necessario conferire il potere a comunità democratiche, è utile distruggere i castelli e i monasteri, eliminando le secolari differenze tra ricchi e poveri, servi e padroni.

Lutero reagisce in modo violento contro i ribelli. Giungendo a invocare su di loro il pugno di ferro dei principi. Nel 1525 a Frakenhausen più di centomila ribelli vengono sterminati, lo stesso Muntzer viene catturato, torturato e decapitato.

È importante a questo punto mettere in luce le ragioni che spinsero Lutero a sedare la rivolta: innanzitutto motivazioni di ordine politico. Siamo nel 1525 e già il frate riformatore ha sperimentato quanto sia prezioso l’appoggio dei feudatari tedeschi: gli storici definiscono tale presa di posizione "conservatorismo sociale". Secondo tale interpretazione, la Riforma non mira a minare le fondamenta del mondo della feudalità rurale, ragione per cui i contadini si macchiavano di empietà nel mettere a ferro e fuoco le campagne. L’altra motivazione, non meno importante, è di ordine dottrinale: si tratta della cosiddetta teoria dei due Regni, in virtù della quale la libertà della fede è totale per quanto riguarda la vita interiore del cristiano, mentre nella vita sociale egli deve assoluta obbedienza all’autorità politica. Quest’ultima concezione ruota attorno al concetto di beruf(missione, vocazione) dell’uomo sulla terra. Se Dio ha assegnato a ciascuno un ruolo mondano,è compito di ogni uomo mantenerlo. Le distinzioni sociali non derivano infatti da un decreto divino. I contadini tedeschi, che si ribellano all’ordine mondano voluto da Dio in nome della fede e del Vangelo, sono orribili peccatori sacrileghi, costituiscono un problema di ordine pubblico, un problema religioso da risolvere in modo drastico.

Gli aspetti politici

La diffusione della Riforma in Germania e le vicende politiche ad essa relative sono strettamente intrecciate ai tentativi di Carlo V di realizzare in Europa una monarchia universale cristiano-cattolica. Quest’ultimo, figlio di Giovanna la Pazza e di Filippo il Bello, si trova ad esercitare la propria sovranità su uno dei più grandi imperi dell’età moderna. Com’è noto, il suo progetto politico-religioso è destinato all’insuccesso: lo stesso papa, Leone X, non favorisce le sue aspirazioni a una sovranità universale, né è disposto a considerarlo cavaliere-imperatore della cristianità, protettore e restauratore della Santa Chiesa. Questo è evidente sin dal momento della sua elezione: il papa appoggia la candidatura del suo rivale Francesco di Valois e cerca inoltre di accattivarsi le simpatie dei principi tedeschi, in particolare di Federico di Sassonia(autorità civile di cui Lutero è suddito). I principi tedeschi, dal conto loro, si dimostrano inizialmente ostili alla sua elezione e gli accordano successivamente la loro fiducia solo in funzione antifrancese e dopo aver arricchito le casse dei rispettivi stati con l’oro messo a disposizione dai banchieri di Augusta. L’elezione di Carlo V (1519) coincide con le prime condanne di Lutero, proprio nel momento in cui la Riforma inizia a radicarsi nei Principati e nelle città tedesche. Il primo solenne richiamo papale è infatti del 1518 e non comporta per il frate alcuna conseguenza per via della protezione che inizia ad accordargli Federico di Sassonia. Questo principe tedesco comprende , in questa circostanza, quanto possa essere importante la presenza di Lutero non solo per il futuro religioso, ma anche politico dei principati tedeschi. L’atteggiamento "sovversivo" di Lutero conferma questa lettura: quando, nel 1520 il papa emana la bolla Exsurge Domine, Carlo V tenta una mediazione pacifica, concedendo a Lutero di potersi giustificare alla sua presenza e posticipando la discussione in occasione della Dieta di Worms dove, a causa del rifiuto del frate riformatore di ritrattare le proprie tesi, un editto sancisce la sua scomunica e la messa al bando dai territori imperiali. Solo l’intervento tempestivo di Federico di Sassonia, che fa simulare un rapimento, salva Lutero dal rogo degli eretici. Da questo momento in poi, la Riforma acquista una valenza politica e, se necessario militare. La determinazione dei principi tedeschi emerge nel 1529 in occasione della Dieta di Spira dove si stabilisce che il luteranesimo sarebbe stato tollerato in quelle regioni in cui non fosse stato possibile reprimerlo senza provocare sollevazioni: nei territori luterani si sarebbe applicato il principio della libertà religiosa nei confronti delle minoranze cattoliche, mentre le minoranze luterane in un paese cattolico non avrebbero goduto di un analogo provvedimento. Di fronte ad una tale prevaricazione i principi tedeschi, uniti in una lega, "protestano". Resosi conto della gravità della situazione, Carlo V inizia una mediazione dottrinale: coadiuvato da teologi di entrambe le confessioni, ricerca i possibili elementi comuni al luteranesimo e al cristianesimo, nella speranza di raggiungere un’intesa, facendo convocare per l’anno successivo una Dieta ad Augusta. In tale occasione Melantone, teologo vicino a Lutero, redige una Confessio augustana, una professione di fede moderata e conciliante, che trova l’approvazione dei principi tedeschi ma non quella degli intransigenti teologi cattolici. L’ultimo tentativo dell’imperatore, la convocazione di un Concilio, incontra l’opposizione dei protestanti, che considerano tale appuntamento come un pericoloso strumento di coercizione nelle mani del pontefice.

All’imperatore non resta che risolvere militarmente la questione: rivolge un accorato appello a tutti i sovrani cattolici mentre i principi tedeschi si alleano nella Lega di Smalcalda. Paradossalmente è proprio la vittoria imperiale conseguita a Mulhberg nel 1547 che rivela a Carlo V il carattere anacronistico del suo disegno politico-religioso. Con la pace da Augusta (1555) si sancisce la vittoria ufficiale del protestantesimo: in virtù del principio cuius regio eius religio, i principi possono imporre il loro credo ai sudditi, mentre nei territori imperiali viene permessa la convivenza delle due religioni. Questo provvedimento prende quindi atto della divisione religiosa della Germania e del grave indebolimento dell’ autorità imperiale.

Considerazioni finali

A partire dal Cinquecento fino ai giorni nostri numerosi sono stati i giudizi sulla persona e sull’opera di Lutero, frutto di ammirazione e di odio, di attualizzazione e di adattamenti avventati, derivati sicuramente da una conoscenza poco approfondita della sua dottrina. Secondo Ebeling l’accesso alla persona di Lutero resta sbarrato se non si tiene conto del suo orizzonte di fede, "a partire dal quale anch’egli sa di essere giusto e peccatore insieme". Dalla descrizione che egli da di sé nelle diverse opere, sappiamo che l’esigenza di raccontarsi è sentita solo per facilitare la retta comprensione della sua dottrina. La sede in cui egli si sente costretto con assoluta serietà a pronunciarsi è la propria coscienza, nella quale c’è sempre un conflitto tra due diverse istanze di giudizio: da una parte Dio e dall’altra le forze avverse, quella della carne, del mondo e del demonio.

In un periodo storico così critico per l’occidente cristiano, la vivacità della coscienza e la profondità del pensiero teologico di Lutero hanno giocato un ruolo talmente determinante da mutare non solo l’assetto religioso, ma anche quello politico dell’Europa.

Inutile appare quindi cercare forzatamente le motivazioni del suo operato, illuminante risulta invece ricordare il suo "Proposito" del 1520:"…il mio cuore è troppo sereno e troppo grande perché io possa essere veramente nemico di qualcuno. Inoltre non ho davanti agli occhi altro che la causa della verità per la verità, che amo sinceramente. E se per amor suo, a volte, sono o sarò troppo libero o troppo audace, prego chiunque di volermelo perdonare".

La libertà del cristiano secondo Lutero

3. Se ora osserviamo l’uomo interiore, spirituale, per vedere che cosa è quel che fa che egli sia e sia detto un pio, libero cristiano, è chiaro che nessuna cosa esterna può farlo libero né io, comunque la si chiami. Poiché né la sua pietà e libertà, né la sua malvagità e servitù sono corporali o esterne.

Che giova all’anima che il corpo sia libero, fresco e sano, mangi, beva, viva come vuole?

Così pure che danno fa all’anima che il corpo sia prigioniero, malato o debole, abbia fame e sete e soffra come non gli piace?

Nessuna di queste cose arriva fino all’anima per liberarla o imprigionarla, renderla pia o malvagia.

6. Ma tu domandi: qual è dunque la Parola che da una così grande grazia, e come devo io usarla?

Risposta: essa non è altro che la predicazione di Cristo come l’Evangelo la contiene; la quale deve essere ed è così fatta che tu odi il tuo Dio dirti che tutta la tua vita e le opere non sono niente davanti a Dio, anzi dovresti, con tutto quello che è in te, andare in perdizione eterna. Se credi questo veramente, come devi, tu devi disperare di te stesso e confessare che è vero il detto di Osea:"O Israele, in te non è nient’altro che la tua corruzione; ma in me sta il tuo aiuto". Ma affinché tu possa venir fuori di te e via da te, cioè dalla tua perdizione, Egli ti presenta il suo caro figlio Gesù Cristo, e ti fa dire, per la sua vivente, consolante parola, che tu devi abbandonarti in lui con salda fede e confidare in lui vigorosamente. Così, per questa fede, ti saranno perdonati tutti i tuoi peccati, tutta la tua corruzione sarà vinta, e tu sarai fatto giusto, verace, sereno, pio, e saranno adempiuti tutti i comandamenti e sarai libero da ogni cosa. Come Paolo dice, Romani I:"Un perfetto cristiano vive solo della sua fede"; e Romani 10:"Cristo è la fine e la pienezza di tutti i comandamenti, per coloro che in lui credono".

Da M. Lutero, La libertà del cristiano, Claudiana, Torino, 1982

 

I 12 articoli dei contadini tedeschi

I. Le nostre Comunità avranno diritto di eleggersi i loro parroci, e questi dovranno predicare la parola di Dio unicamente secondo il Vangelo.

II. Non pagheranno se non le decime in grano da servire al sostentamento dei parroci; l’avanzo andrà a beneficio dei poveri.

III. Sarà soppressa la schiavitù, perché Cristo col prezioso suo sangue ci ha tutti redento senza distinzione.

IV e V. Saranno libere per il contadino l’uccellazione e la pesca, e così pure la caccia, perché la selvaggina dei signori non danneggi e non consumi di più il nostro, il che finora sopportammo in silenzio. I boschi ritorneranno in possesso della comunità.

VI e VII. Non saranno tenuti a dare maggiori prestazioni che i nostri maggiori: tali prestazioni saranno fissate con preciso contratto fra il signore e i soggetti, e non avrà più luogo l’ingiusto arbitrio.

VIII. Il tributo dei beni feudali sarà stabilito su basi più eque, acciocché non avvenga che noi lavoriamo le terre senza alcun vantaggio.

X. Chiunque si sarà ingiustamente appropriato dei terreni appartenenti alla comunità sarà tenuto a farne restituzione.

XII. Noi vogliamo, quando uno di questi articoli sia contrario alla parola di Dio e sopra tal fondamento sia oppugnato, che si intenda abrogato.

Da C. Alberigo, La riforma protestante, Garzanti, 1959.

 

Lutero contro i contadini in rivolta

Di tre specie di orribili peccati contro Dio e contro gli uomini si sono gravati questi contadini, e per essi hanno meritato più e più volte la morte del corpo e dell’anima.

PRIMO: Avendo giurato fedeltà ed obbedienza alla loro autorità e promesso d’essere sudditi e soggetti, come comanda Dio allora che dice:"Date a Cesare quel che è di Cesare" e "ciascuno sia soggetto all’autorità" e ancora "chi resiste alla potestà ne riceverà giudizio sopra di sé"; questo giudizio coglierà prima o poi anche i contadini, perché Dio vuole conservati fedeltà e obblighi.

SECONDO: Apparecchiarono rivolta, rapinarono e saccheggiarono con empietà castelli e conventi che non appartenevano a loro, perciò meritarono, ma doppiamente, la morte del corpo e dell’anima come ladroni pubblici e assassini da strada (…). Chiunque può dunque colpire, scannare, massacrare in pubblico o in segreto, ponendo mente che nulla può esistere di più velenoso, nocivo e diabolico di un contadino sedizioso, che si deve colpire come si deve accoppare un cane arrabbiato, perché, se non lo ammazzi, esso ammazzerà te e con te tutto un paese.

TERZO: Essi mascherano questi loro delitti tremendi e orribili con il Vangelo, chiamandosi Fratelli Cristiani, estorcono giuramenti e obbedienza e costringono la gente a partecipare con loro a tali empietà: perciò sono diventati i più grandi bestemmiatori di Dio e offensori del Suo Santo Nome, a questo modo onorando e servendo il demonio sotto la maschera del Vangelo. Già per questo meritarono più di dieci volte la morte del corpo e dell’anima, perché non udii giammai peccato più orrendo.

Da M. Lutero, Contro le empie e scellerate bande dei contadini, in Scritti politici, Utet, 1959.

BIBLIOGRAFIA

R.H.Bainton, La Riforma Protestante, ed.Einaudi

G.Ebeling, Lutero:l’itinerario e il massaggio, ed.Claudiana

Fevbre L.,Martin Lutero, ed.Laterza

Lutero,Scritti teologici, UTET

P.Ricca-G.Tours, Le 95 tesi di Lutero, ed.Claudiana

P. Ritter, La formazione dell’Europa moderna, ed.Laterza

H. Schilling, Ascesi e crisi.La Germania dal 1517 al 1648, Il Mulino

Vangelo e Atti degli apostoli