LA CRISI DEL ‘SISTEMA’ ITALIANO DI STATI TRA XV E XVI SECOLO

Destinatari: Studenti III anno Liceo Classico/Scientifico.

Prerequisiti:

            Conoscenze:

Riterrei importante recuperare brevemente, a livello di spiegazione, quelle conoscenze che dovrebbero costituire il patrimonio già acquisito dagli studenti, ma che è opportuno rimettere in luce per un’adeguata comprensione della nuova unità didattica.

Richiamerò pertanto alcuni dei prerequisiti fondamentali:

- La situazione italiana intorno alla metà del ‘400: gli stati territoriali.

- La nascita dello stato moderno.

- Il quadro internazionale in cui si colloca la crisi italiana.

Capacità:

Sono richiesti agli studenti il possesso delle categorie storico-politiche fondamentali, la capacità di utilizzarle in modo appropriato e di calarle nei nuovi e diversi contesti di volta in volta messi a fuoco; è inoltre richiesta la capacità di leggere una cartina geografica e di affrontare la lettura di una fonte documentaria.

Obiettivi:

Conoscenze:

- Illustrare la situazione politica italiana nel contesto complessivo europeo: analogie e/o differenze.

- Mettere in luce i fattori di crisi che attraversano gli stati italiani.

-Riconoscere le vicende delle guerre d’Italia come manifestazione della crisi degli stati italiani.

Competenze:

- Saper costruire quadri generali per realtà politiche complesse.

- Saper individuare le relazioni che legano più stati, mettere a fuoco gli interessi, le implicazioni, i coinvolgimenti che tessono la politica internazionale.

- Saper cogliere le dinamiche che muovono le singole vicende storiche.

- Individuare i nessi tra ambiti apparentemente distanti, cogliere le implicazioni e le conseguenze che particolari eventi comportano su altri ambiti.

Atteggiamenti:

- Saper interrogare i ‘fatti’ storici; problematizzare, stimolare ad una comprensione delle dinamiche e non limitare gli studenti ad una memorizzazione degli eventi.

- Indurre negli studenti l’abitudine a collegare eventi, ambiti e luoghi diversi, al fine di una visione globale e complessa del contesto storico affrontato.

- Introdurre i ragazzi a considerare le fonti come un ulteriore strumento per ‘dar voce’ ad eventi e a protagonisti della storia.

Tempi e metodi:

Lo svolgimento di questa unità didattica dovrebbe occupare lo spazio di 2 ore, articolate in momenti di lezione dialogata e altri di lezione frontale. In particolare intenderei sviluppare la prima parte della lezione, tesa ad un ripasso dei nuclei tematici affrontati precedentemente, con un metodo dialogico: inviterei gli studenti a ricostruire il quadro politico internazionale e ad individuare i caratteri costitutivi di ogni esperienza politica. Li chiamerei a mettere in luce i caratteri dello stato moderno, e rispetto a questi, li condurrei ad individuare le peculiarità della situazione politica italiana. A questo proposito mi servirei della lettura di un passo tratto da Guicciardini, per affrontare più da vicino, da una prospettiva interna, il quadro italiano.

Da questo punto in poi la lezione assumerebbe un’impostazione frontale e procederei con il mettere in luce i fattori di crisi degli stati italiani. Intenderei infine presentare le guerre d’Italia in maniera sintetica e schematica, per soffermarmi invece sulle dinamiche in atto e sul significato da esse assunto.

Strumenti:

- lettura di un breve passo tratto da F. Guicciardini, Storia d’Italia, ed. Panigada, Laterza, Bari 1929, vol. I, p. 2-6, relativo alla situazione di equilibrio politico realizzatosi tra i maggiori stati italiani negli anni precedenti alla morte di Lorenzo il Magnifico.

- Cartina geografica della penisola italiana ai tempi della Pace di Lodi (1454).

- Manuali di Storia consultati:

C. Capra, Età moderna, Le Monnier, Firenze 2003.

G. Piccinni, I mille anni del Medioevo, Mondatori, Milano 1999.

A. Saitta, Il cammino umano, vol II, Calderini, Bologna 1994.

- Studi critici:

F. Braudel, L’Italia fuori d’Italia. Due secoli e tre Italie, in Storia d’Italia, Einaudi, Torino 1974.

A. Prosperi, Dalla peste Nera alla guerra dei Trent’anni, Einaudi, Torino 2000.

G. Spini, Storia dell’età moderna, Einaudi, Torino 1965, vol. I.

G. Zeller, L’età moderna: da Colombo a Cromwell, Vallecchi editore, Firenze 1960.

Verifiche:

Questa unità didattica risulta inserita all’interno di una programmazione più ampia che si estende dal 1494 alla Pace di Westfalia del 1648; non riterrei pertanto opportuno far seguire a queste lezioni una verifica scritta che, piuttosto, rimanderei al termine dell’intero percorso didattico.

Intenderei invece utilizzare la struttura dialogica delle lezioni come strumento di verifica formativa, in itinere, per appurare le conoscenze degli studenti relative ai prerequisiti, per valutare le loro competenze espressive e la capacità di ricostruire quadri, individuare dinamiche e stabilire nessi.

Contenuti:

QUADRO INTERNAZIONALE

L’orizzonte europeo in cui si inserisce la crisi degli Stati Italiani è rappresentato dal processo di formazione e di rafforzamento delle monarchie nazionali.

Nel corso del 1400 infatti, i principali organismi territoriali europei si sono avviati verso un processo di unificazione e di centralizzazione che ha portato al costituirsi di realtà complesse ed articolate: gli Stati.

Al di là delle differenze che riguardano l’esperienza dei singoli stati europei, è possibile tuttavia individuare alcuni elementi comuni, identificabili come caratteri propri dello Stato moderno in via di sviluppo.

Le formazioni statali tra ‘400 e ‘500 presentano i caratteri dello stato assoluto; il potere del sovrano acquista una legittimità indiscussa e l’esercizio della sua autorità si dispiega pienamente attraverso tre azioni fondamentali: il monopolio dell’uso della forza, attraverso il controllo dell’esercito, l’organizzazione di un sistema fiscale efficiente e l’unificazione giuridica grazie alla riduzione delle aree esenti dalla giurisdizione regia.

Accanto alla centralità acquistata dalla figura del monarca, lo stato moderno è caratterizzato da un processo di centralizzazione attraverso l’introduzione della burocrazia, strumento di governo e di amministrazione svincolato dai legami di fedeltà personale tipici del feudalesimo medievale.

Guardando ai principali regni occidentali, Zeller nella sua analisi relativa ai ‘membri della società internazionale’, mette in luce un ulteriore elemento caratterizzante gli stati moderni: la centralità che viene ad assumere la politica estera.

Uno stato dominato da una monarchia forte, capace di affermarsi sulle forze centrifughe, capace di imporre un sistema di riscossione delle imposte efficace e dotato di eserciti mercenari, troverà nella politica estera lo strumento per affermare il proprio prestigio. Il problema dei sovrani sarà rivolto alla scelta dei fini e dei mezzi in politica estera, e si tradurrà nella domanda: ‘con chi fare la guerra?’

Individuati i caratteri dello stato moderno, intenderei ora soffermarmi sulle esperienze individuali dei principali regni europei, con l’intenzione di mettere in luce le differenze rispetto al grado di unità raggiunto, le condizioni demografiche, economiche e finanziarie che influiscono sulle scelte di politica estera.

- FRANCIA

La Francia della fine del‘400 rappresenta lo stato più avanzato nella via dell’unificazione, sia da un punto di vista territoriale, con l’unione del ducato di Borgogna e della contea di Provenza, sia per quanto concerne la sua ‘unità spirituale’, ‘lentamente formatasi durante la guerra dei Cent’Anni.’

La monarchia francese gode di forza e di prestigio, a discapito degli organi di rappresentanza, gli Stati Generali¸che rivestono un ruolo marginale, incapaci di imporsi sulla politica regia.

Il regime assolutistico all’interno si trasforma poi in politica bellicosa all’esterno, in quanto il re dispone dei mezzi finanziari necessari per sostenere una politica di potenza.

- SPAGNA

La Spagna si sostituisce lentamente alle ‘Spagne’ del Medioevo. L’unità è preparata con il matrimonio tra Ferdinando, re d’Aragona e Isabella, regina di Castiglia (1469), ma i due regni rimasero separati dal punto di vista istituzionale ( Cortes, organi di rappresentanza, diverse per la Castiglia e l’Aragona).

Diversi sono anche gli orizzonti verso i quali guardano le politiche dei due regni: la Castiglia è rivolta verso l’Oceano e verso l’Africa, l’Aragona invece guarda al Mediterraneo per mantenere il dominio sulla Sardegna e sulla Sicilia, ricca di risorse granarie. Sarà proprio il confluire degli obiettivi in una politica estera condivisa a determinare il sorgere dell’unità spagnola.

 

- INGHILTERRA

Come in Francia, anche in Inghilterra la guerra dei Cent’Anni ha contribuito a creare un’unità spirituale, ma l’insieme delle isole britanniche non è ancora sottomesso ad un unico dominio: il regno di Scozia è indipendente, e il Galles non è ancora saldamente legato al governo inglese.

Lo scarso potenziale finanziario a disposizione della corona, dovuto alla presenza del Parlamento che limiterà il potere del sovrano di riscuotere le imposte, imporrà all’Inghilterra un ruolo marginale nel quadro delle relazioni internazionali

- IMPERO

L’Impero ha perso il carattere sovranazionale che aveva esercitato durante il Medioevo e ha cessato d’essere il ‘Sacro Romano Impero della nazione tedesca’. È presente nel quadro europeo come un coacervo di stati territoriali, di principati ecclesiastici e di libere città e, data la sua natura composita e il pluralismo istituzionale, è incapace di pervenire ad un assetto unitario. Nell’affrontare il problema tedesco inoltre, Spini mette in luce la forte disomogeneità tra la Germania cittadina e la Germania rurale: le città tedesche appaiono come ‘isole rinascimentali’ in mezzo ad una campagna dove domina ancora il Medioevo, con i suoi vincoli di dipendenza personale, le immunità e le superstizioni. Limite della casa d’Austria è stata la sua incapacità di porsi, al modo delle grandi dinastie occidentali, come mediatrice tra questi due mondi.

- EUROPA ORIENTALE

Per completare il quadro europeo, Zeller suggerisce l’immagine di ‘due Europe’, l’una più progredita politicamente ed economicamente, a ovest, l’altra ancora dominata da un’economia patrimoniale e dalla potenza del regime signorile che ostacola l’affermarsi di un potere monarchico assoluto. Per la presenza di questi fattori i regni orientali di Polonia, Ungheria, Boemia e le signorie sottomesse a Mosca sono ancora lontane dal coltivare un sentimento di unità nazionale capace di assicurare coesione interna di fronte allo straniero.

All’interno di questo orizzonte europeo la situazione italiana presenterà caratteri estremamente differenti, sarà opportuno pertanto prenderli in considerazione per comprendere la ‘crisi’ in cui versano gli stati italiani tra la fine del ‘400 e il XVI secolo.

FRAMMENTAZIONE DEGLI STATI ITALIANI

Nel corso dei secoli XIV-XV , l’Italia non ha preso parte a quel processo di unificazione territoriale e di rafforzamento dei regni europei che ha condotto alla formazione delle principali monarchie nazionali (Spagna, Francia, Inghilterra); la realtà italiana si presentava pertanto estremamente frammentata dal punto di vista territoriale, politico e legislativo.

Accanto a città stato a regime repubblicano ( Rep. di Firenze, Rep. di Genova, Rep. di Siena, Rep. di Lucca) erano presenti signorie cittadine (i Visconti a Milano, gli Este a Ferrara, Modena e Reggio), Principati (Marchesi di Monferrato, Marchesi di Saluzzo), un mosaico di signorotti che governavano frammenti di territorio sotto il potere del papato (i Malatesta a Rimini, i Montefeltro a Urbino, gli Sforza a Pesaro, i Baglioni a Perugia); nel centro–sud erano presenti inoltre realtà territoriali più vaste come lo Stato della Chiesa, il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia.

La cartina della penisola italiana ci mostra con chiarezza la situazione:

La prima metà del XV secolo è stata caratterizzata dal tentativo di superare la frammentazione muovendosi verso la creazione di ‘stati territoriali’: nell’assenza di un potere forte, nominalmente superiore agli altri ed in grado di aggregare il pulviscolo di centri di potere minori, alcune città avevano esteso la propria autorità sui territori circostanti che gravitavano nella propria orbita.

Le città più grandi del centro-nord cominciarono ad inglobare le più piccole con i loro contadi, ad incorporare le terre signorili e ad estendere la propria egemonia su territori più vasti. A differenza di quanto avveniva negli stati d’oltralpe, dove la ricomposizione del potere faceva perno sulle monarchie, in Italia lo sforzo di superare la frammentazione politica era concentrato nelle città.

Gli stati regionali italiani del ‘400 realizzarono una concentrazione di potere nelle mani del principe o del governo cittadino, si dettero strutture diplomatiche stabili e organizzarono un efficiente apparato burocratico, tuttavia questi caratteri sono ancora lontani da quelli dello Stato moderno, accentrato ed assoluto: il potere centrale del principe incontrava difficoltà ad imporsi sulla nobiltà, sulle città e sul clero, rimanevano attive inoltre delle sovrapposizioni amministrative che ostacolavano il processo di unificazione.

Nei primi anni del XV secolo l’ordinamento politico italiano è dominato dalla presenza di cinque stati regionali: Milano sotto il potere dei Visconti, Venezia, costituita in repubblica oligarchica, Firenze, repubblica in mano a poche famiglie di ricchi banchieri, lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli.

MILANO

Il ducato di Milano rappresentava uno stato economicamente florido e di importanza strategica, in quanto zona di transito e collegamento tra la penisola italiana e il resto d’Europa. Raggiunto il massimo splendore sotto la signoria di Gian Galeazzo Visconti (1395-1402), si dovette poi assistere ad un ridimensionamento della ambizioni territoriali del ducato di Milano; la dinastia viscontea si estinse (1447) e fu sostituita dagli Sforza. Francesco Sforza, valido condottiero e fautore della Pace di Lodi, fu riconosciuto duca di Milano nel 1454.

Gli anni successivi alla morte di Francesco Sforza apriranno un periodo di debolezza per il ducato di Milano che cadrà in balia della politica personalistica di Ludovico ‘il Moro’, disposto all’accordo con lo straniero pur di mantenere saldo il proprio potere.

VENEZIA

Repubblica dominata da una stretta oligarchia, vede il potere politico concentrato nelle mani di poche famiglie patrizie; grazie alla sua funzione di ponte tra Oriente ed Occidente, ha sempre goduto di una fiorente economia, messa tuttavia in discussione, sul finire del XV secolo, dalla scoperta portoghese della via delle Indie e dall’espansione dell’Impero Ottomano.

Verso la fine del XV secolo assiste ad un processo di espansione territoriale verso l’entroterra, in direzione della pianura Padana, dell’Emilia e della Romagna; i tentativi di espandere la propria egemonia sulla penisola si scontreranno tuttavia con gli interessi del ducato di Milano e dello Stato pontificio, decisi a salvaguardare i propri possedimenti.

Nonostante i momenti di estrema tensione nel corso delle guerre d’Italia, la repubblica di Venezia saprà mostrare la propria solidità politica: il patriziato veneziano svolgerà una particolare funzione di mediatore tra i contadini e le oligarchie cittadine della terraferma, così da ‘poter contare sull’appoggio e sulla fedeltà delle proprie campagne come né Firenze, né Milano potrebbero mai fare.’

FIRENZE

Intorno alla metà del ‘400, nello scontro tra le famiglie che detenevano il potere nella città, emersero i Medici che impiantarono la signoria di Cosimo il Vecchio.

Si verificò una situazione molto particolare: non si trattò di un potere ufficiale, sancito da qualche titolo specifico, tuttavia venne riconosciuto come legittimo. I Medici non mutarono la forma delle istituzioni comunali, ma si limitarono a controllare che le cariche più importanti fossero controllate da persone loro favorevoli.

Il momento di massimo splendore della signoria si realizzò tra il 1469 e il 1492 con Lorenzo ‘Il Magnifico’. Nel quadro della politica di stabilizzazione, inaugurata dalla Pace di Lodi, i Medici svolsero un importante ruolo di mediazione nella conservazione dell’equilibrio tra gli stati.

STATO PONTIFICIO

In seguito all’esperienza scismatica, i pontefici avevano compreso come la mancanza di una base di potere effettivo era stata la causa della sottomissione del papato alle monarchie europee; si trattava dunque di costruire un solido potere monarchico e riaffermare un’autorità forte sulla realtà estremamente frammentata e dispersa in una molteplicità di poteri locali che costituiva lo Stato della Chiesa.

Alla volontà di costituire uno Stato Pontificio forte, si affiancavano i tentativi di creare stati territoriali autonomi e distaccati dai territori della Chiesa, destinati alle famiglie dei papi. Le due tendenze ‘andavano, in teoria, in direzioni assai diverse, ma il risultato complessivo riuscì a vantaggio del potere politico della monarchia papale’.

L’ambigua natura del potere papale e del ruolo che svolse nel quadro italiano è stato lucidamente compreso da Machiavelli: lo Stato della Chiesa rappresentò un potere troppo forte per consentire che un altro Stato unificasse politicamente la penisola, ma troppo debole per diventare il polo unificante, lo Stato Pontificio fu al centro di alleanze e di conflitti.

REGNO NAPOLI

Napoli era la più grande città europea dell’epoca e godeva di una posizione strategica fondamentale per il controllo della navigazione nel Mediterraneo. Su Napoli convergevano dunque gli interessi di chi voleva dominare la politica mediterranea.

Governato sino alla metà del XV secolo dagli Angioini, il potere del re era di fatto controllato e limitato dalla presenza di baroni che fondavano la propria forza su possedimenti terrieri, vera fonte di ricchezza del regno.

In seguito all’indebolimento della presenza angioina, a causa delle lotte dinastiche tra i diversi rami della famiglia, nel 1442 il Regno di Napoli fu unito con la Sicilia e la Sardegna, ai domini aragonesi.

L’Italia della prima metà del ‘400 rappresenta un mondo in ebollizione, scenario di lotte interminabili tra le diverse realtà politiche volte ad imporre il predominio di uno dei cinque Stati maggiori sugli altri.

L’elemento di maggior dinamismo era rappresentato dal ducato di Milano, mentre Firenze svolgeva la funzione opposta di mantenere l’equilibrio tra le forze contrastanti.

In questo clima di lotta, un momento di assestamento e di stabilizzazione è rappresentato dalla Pace di Lodi del 1454, tra il ducato di Milano e la Repubblica di Venezia.

‘Pace inquieta e sospettosa, ma nondimeno pace’, la pace di Lodi ebbe due significati chiari: serviva a stabilire un equilibrio tra le forze politiche più consistenti della penisola e ad evitare interventi stranieri. Si inaugurò così un periodo di relativa tranquillità, basata sulla stabilizzazione della carta politica d’Italia e sul reciproco rispetto dei confini che la pace segnava.

Nelle prime pagine della sua Storia d’Italia, Francesco Guicciardini descrive la situazione di equilibrio politico realizzatasi tra i maggiori stati italiani:

 

FATTORI DI CRISI

Il sistema dell’equilibrio e il momento di relativa tranquillità inaugurato dalla Pace di Lodi nascondevano tuttavia i sintomi di una crisi latente che agiva a diversi livelli e che avrebbe rivelato la profonda fragilità degli stati italiani.

I principali fattori di crisi si possono individuare a livello politico, militare ed economico.

CRISI POLITICA

La pace di Lodi, incentrando la vita politica italiana intorno al sistema dell’equilibrio, aveva diffuso un senso di sicurezza che non corrispondeva alla situazione effettiva.

La pace italiana non aveva radici profonde ma si fondava su di un precario equilibrio ed un incastro superficiale di interessi particolari, solo apparentemente conciliati.

A questa visione distorta della realtà si accompagnava l’illusoria convinzione dei principi che la potenza di uno stato non risiedesse tanto nelle sue capacità militari, quanto nell’abilità di stringere e sciogliere leghe diplomatiche.

Scriveva a questo proposito Machiavelli (1469-1527) al termine del suo trattato Dell’Arte della guerra:

‘Credevano i nostri principi italiani, prima ch’egli assaggiassero i colpi delle oltramontane guerre, che ad un principe bastasse sapere negli scrittoi pensare un’acuta risposta, scrivere una bella lettera, mostrare ne’ detti e nelle parole arguzia e prontezza, sapere tessere una fraude, ornarsi di gemme e d’oro, dormire e mangiare con maggiore splendore degli altri, governarsi co’sudditi avaramente e superbamente, marcirsi nell’ozio, dare i gradi della milizia per grazia, volere che le parole loro fossero responsi di oracoli; né si accorgevano i meschini che si preparavano ad essere preda di chiunque l’assaltava.’

CRISI MILITARE

Da tale politica miope deriva la profonda inefficienza militare che affligge gli stati italiani sul finire del XV secolo.

Intorno alla prima metà del XIV secolo, si era diffusa tra le città italiane la pratica di assoldare compagnie di soldati mercenari per far fronte a scontri locali di dimensioni contenute. Ricorrere a compagnie di ventura consentiva a mercanti, banchieri, artigiani e professionisti di non abbandonare le proprie attività per impegnarsi in una guerra. Attraverso un contratto, la condotta, venivano ingaggiati soldati e disposti sotto la responsabilità di un condottiero. Se i primi anni furono segnati dalla prevalenza di soldati stranieri, verso la fine del secolo si tentò di reclutare in maggioranza mercenari italiani e di rendere stabili i rapporti con i loro condottieri; tuttavia la mancanza di un vincolo affettivo al paese o alla città da difendere, e il disordine in balia del quale si trovavano le città al passaggio di questi eserciti, rendevano la forza militare degli stati italiani inferiore rispetto agli altri paesi europei.

Solo Venezia costituiva una presenza militarmente forte grazie all’efficienza della propria flotta, tenuta in continuo esercizio dalla necessità di difendere le rotte marittime dalla minaccia turca.

CRISI ECONOMICA

Nonostante la potenza delle grandi case bancarie di Firenze, Lucca, Genova, Milano e Venezia, l’economia italiana tra fine XV e metà XVI secolo sta vivendo un periodo di forte stagnazione.

Il Mediterraneo costituiva un centro di scambi internazionali, nodo vitale per l’economia italiana che si fondava essenzialmente sul commercio e sulla lavorazione dei prodotti importati.

Dopo la caduta di Costantinopoli in mano ai Turchi (1453) e in seguito al duplice movimento di espansione intrapreso dall’impero Ottomano verso l’Egeo e il continente da un lato, e verso l’Africa settentrionale dall’altro, le flotte commerciali italiane non riescono più ad assicurare il libero transito delle merci orientali, compromettendo profondamente l’economia.

Il colpo decisivo all’economia italiana viene, inoltre, dalla scoperta di una nuova rotta marittima, alternativa alla tradizionale via delle spezie, che consentisse di continuare il traffico con le Indie e i paesi dell’Estremo Oriente: vengono abbandonati i canali secolari, per cui le merci asiatiche, attraverso il Golfo Persico o il Mar Rosso, raggiungevano i porti dell’Egitto e della Siria, dove venivano imbarcate dalle navi veneziane.

Con la circumnavigazione dell’Africa e la scoperta del nuovo continente, l’asse economico-commerciale si sposta dal Mediterraneo in favore dell’Atlantico, i commerci gravitano quasi esclusivamente intorno al Regno Portoghese, con la conseguenza di un ripiegamento e di una stagnazione dell’economia italiana. Lo spostamento dell’asse dei commerci sull’Atlantico, con la conseguente ‘invasione’ del Mediterraneo da parte di Inglesi e Olandesi, tuttavia sarà un fenomeno pienamente manifesto nel XVII secolo.

 

Il quadro dei principali fattori di crisi che investono gli stati italiani sul finire del XV secolo mostra come la penisola costituisse una realtà estremamente fragile, incapace di opporsi ad una violenta pressione proveniente dall’esterno, e costituisse al tempo stesso una vasta zona di vuoto che avrebbe attirato su di sé le forze espansionistiche delle monarchie occidentali in pieno processo di sviluppo.

 

CREPE NEL SISTEMA DELL’EQUILIBRIO

L’ultimo decennio del XV secolo è segnato dal mutare di alcuni fattori della scena politica italiana e dal determinarsi di condizioni internazionali che mineranno il sistema dell’equilibrio e consentiranno allo straniero di aprirsi un varco per penetrare nella penisola.

Due sono le circostanze che contribuiscono a scatenare la crisi, da lungo latente, che aspettava solo le occasioni per esplodere:

la debolezza degli stati italiani è acuita a partire dal 1492 in seguito alla scomparsa di due figure fondamentali della politica italiana: Papa Innocenzo III e Lorenzo il Magnifico.
La morte di Innocenzo III determina una divisione interna allo stato Pontificio in seguito all’elezione del cardinale Rodrigo Borgia con il nome di Alessandro VI. Questi sarebbe stato disposto a cercare l’appoggio di un sovrano straniero pur di realizzare un forte stato a vantaggio personale del figlio. D’altro canto, anche i cardinali avversari dei Borgia speravano in un intervento straniero per convocare un concilio che deponesse il papa simoniaco.
Con la morte di Lorenzo il magnifico, inoltre, Firenze perde una guida di grande autorità e prestigio internazionale. Il successore, Piero, mancava dell’abilità politica e della lungimiranza del padre e, per la sua inettitudine non sarebbe stato in grado di far fronte all’avanzata di un esercito straniero.

La dinastia Aragonese versava in una condizione di isolamento a causa dell’odio che aveva suscitato nei baroni napoletani in seguito alla repressione di una congiura ordita nel 1485, e per le diffidenze che verso Napoli nutrivano sia l’effettivo signore di Milano, Ludovico il Moro, timoroso dei vincoli di parentela tra il nipote Gian Galeazzo e il re Ferdinando di Napoli, sia la Repubblica di Venezia, che temeva la concorrenza dei porti aragonesi sull’Adriatico.

Queste circostanze interne ed internazionali costituirono le condizioni favorevoli alla rivendicazione francese dei diritti angioini sul Regno di Napoli e di fatto fornirono l’occasione per la prima di una lunga serie di guerre che percorreranno l’Italia dal 1494 al 1559.

LE GUERRE D’ITALIA

Per inaugurare il periodo delle guerre d’ Italia è opportuno tener presente il giudizio espresso da Eduard Feuter: un ciclone stabilitosi sulla penisola italiana determina la meteorologia politica dell’intera Europa fino oltre la metà del secolo XVI. Ne è causa, evidentemente, il frazionamento e la debolezza politica della penisola. Non avendo realizzato la sua unità, l’Italia si offre come una zona di facile accesso; i grossi stati si apprestano a divorare quelli di media grandezza e si precipitano sulla ricca Italia: francesi, spagnoli, imperiali.

Un vuoto di potere aveva attirato nella penisola gli eserciti delle monarchie francese e spagnola: il sistema medievale delle repubbliche cittadine era in crisi e si stava sviluppando un nuovo sistema di poteri principeschi e di stati territoriali. A differenza che in Francia e nella penisola iberica, nessun nuovo centro di potere era ancora stato capace di imporre la sua egemonia; l’estrema frammentarietà politica rendeva l’Italia incapace di opporsi alla pressione di un nemico esterno, e al tempo stesso veniva a costituire una zona di vuoto che attirava le mire espansionistiche di Francia e Spagna soprattutto su Milano, in posizione strategica verso l’Europa e su Napoli, la più grande città europea dell’epoca.

NEL PRESENTARE IL PERIODO DI GUERRE INAUGURATO DALLA DISCESA DI CARLO VIII, INTENDEREI FORNIRE AGLI STUDENTI UN PROSPETTO SINTETICO DEGLI EVENTI PER SOFFERMARMI SUL SIGNIFICATO RAPPRESENTATO DA ALCUNI EPISODI E SULLA CENTRALITÀ DI ALCUNE CONSIDERAZIONI.

 

L’EFFIMERA CONQUISTA FRANCESE

I fase:

Settembre 1494: discesa di Carlo VIII in Italia:

- occupazione di MILANO grazie all’appoggio di Ludovico il Moro che approfitta dell’alleanza per sbarazzarsi del nipote Gian Galeazzo, legato alla dinastia aragonese.

- Occupazione di FIRENZE per la debolezza di Piero de’ Medici disposto ad aprire le porte di Firenze allo straniero pur di salvaguardare il potere della sua famiglia.

- ROMA, l’accordo con papa Alessandro VI apre a Carlo VII il passaggio verso Napoli.

- 1495, ingresso a NAPOLI, Carlo VIII è acclamato come liberatore dai nobili, il sovrano è messo in fuga.

II Fase:

la rapida calata di Carlo VIII ha rivelato → la debolezza degli Stati italiani

→ la minaccia costituita dalla monarchia francese

 

costituirsi di una LEGA ANTIFRANCESE cui partecipano

Milano

Venezia

Firenze

Stato Pontificio

Spagna

 

Carlo VIII raggiunto e sconfitto a Fornovo

Nonostante l’ effimera conquista, l’impresa di Carlo VIII ha rivelato la fragilità dell’assetto politico italiano, e ha aperto la strada ad altre invasioni.

1499- 1504:UNA SPARTIZIONE PROVVISORIA TRA FRANCIA E SPAGNA

Luigi XII, cugino di Carlo VIII e discendente di una Visconti, rivendicava oltre all’eredità angioina, anche il ducato di Milano. In questo modo l’ambizione francese si accorda con il disegno egemonico di Venezia di espansione nell’entroterra, territorio conteso con Milano.

- 1498 alleanza Francia/ Venezia: Venezia ottiene Cremona e la Ghiara d’Adda in cambio del suo appoggio alla Francia contro Milano.

- 1499: occupazione francese di MILANO

-1500: TRATTATO DI GRANATA Francia /Spagna per la spartizione del Regno di Napoli, ma dal 1503, la Spagna ne rivendica l’unico possesso.

L’ECLISSE DI VENEZIA E L’ASCESA DELLO STATO PONTIFICIO

Nuovo pontefice Giulio II: programma di riconquista dei territori pontifici occupati da Venezia→ scontro con Venezia, la cui politica espansionistica minava l’equilibrio italiano e trovava l’ostilità degli altri stati.

 

LEGA DI CAMBRAI

Stato Pontificio

Francia

Imperatore Massimiliano

Spagna

 

1509, VENEZIA SCONFITTA ad AGNADELLO:

Venezia mantiene i domini sulla terraferma grazie al sostegno dei contadini e popolani dell’entroterra; tuttavia la sua politica subisce una svolta decisiva con l’abbandono di una politica espansionistica per volgersi invece alla conservazione dell’esistente.

Una volta eliminato il primo avversario (Venezia), il papa concentra ora le sue forze contro la Francia:

LEGA SANTA

Stato Pontificio

Spagna

Inghilterra

Svizzera

Francia abbandona il ducato di Milano occupato dagli Svizzeri che consentono il rientro di Massimiliano Sforza.

UNA CONCLUSIONE ILLUSORIA

Nel 1515 il nuovo re di Francia, Francesco I, organizza una nuova spedizione in Italia:

- occupazione di MILANO.

- sconfitta degli Svizzeri a Marignano.

- Cacciata degli Svizzeri.

- 1516 TRATTATO DI NOYON: spartizione dell’Italia: Ducato di Milano→Francia

Regno di Napoli→ Spagna

La pace di Noyon sembrava porre fine alle guerre d’Italia ripristinando i rapporti di forza tra i vari contendenti, ma, con la morte di Ferdinando d’Aragona (1516) e dell’imperatore Massimiliano d’Asburgo (1519) e la riunione delle due corone sul capo di Carlo V, si determinò una nuova situazione storico-politica destinata a far risorgere il conflitto, non più circoscritto all’Italia, ma allargato all’Europa.

CONSIDERAZIONI SULLE GUERRE D’ITALIA

Al di là dei singoli episodi che hanno segnato lo sviluppo delle guerre d’Italia e al di là dei molteplici protagonisti coinvolti, possiamo individuare alcune dinamiche caratteristiche di questo periodo di lotte.

In primo luogo, da un punto di vista tecnico, è opportuno mettere in luce la centralità di un meccanismo decisivo per lo svolgersi delle vicende belliche: il ricorrere costantemente ad un sistema di leghe tra i diversi soggetti bellici.
In sintonia con la fiducia, denunciata da Machiavelli, per cui, affinché uno stato si ritenesse potente, fosse determinante la capacità del principe di stringere e sciogliere alleanze, le guerre che percorrono la penisola nel corso del ‘500 vedono protagonisti un limitato numero di soggetti capaci di calcolare, in un gioco sapiente di alleanze, quale schema mettere in gioco per mantenere l’equilibrio tra gli stati.

All’interno di questo di sistema di leghe diviene determinante la presenza di un alleato straniero: la minaccia da parte di uno stato di appellarsi ad un potente alleato esterno si ripresentò ogni qual volta qualcuno dei principi italiani si fosse sentito insediato nel proprio potere. Francia e Spagna, le monarchie che si delinearono come principali nemiche degli stati italiani a causa della loro ambizione a spartire l’Italia in due grandi aree di influenza, risultarono al tempo stesso alleate fondamentali nella lotta contro la supremazia di uno stato italiano sugli altri o contro il pericolo dell’estendersi di una zona d’influenza straniera, a danni dell’altra.

Dal sistema di alleanze delineato, reso efficace dall’intervento di una potenza esterna, emerge l’assoluta fragilità degli stati italiani e il gravitare della loro politica completamente nell’orbita straniera. Anche episodi apparentemente riguardanti le vicende interne di un singolo stato italiano, si rivelano in realtà strettamente connesse con la politica internazionale. La presenza di un principe straniero, l’appoggio da questi garantito ad uno stato italiano, la destabilizzazione creata dal suo passaggio sono stati elementi che hanno contribuito a creare le condizioni per il realizzarsi di episodi di politica interna.

Due esempi di questo legame tra politica italiana e influenza straniera sono rappresentati dalle vicende di Girolamo Savonarola, a Firenze, e dalla creazione dello ‘stato-opera d’arte’ di Cesare Borgia.

L’instaurarsi a Firenze del governo repubblicano e la cacciata della dinastia dei Medici furono resi possibili grazie all’ impresa di Carlo VIII.

Savonarola, infervorato predicatore, fustigatore della corruzione della Chiesa e della società del suo tempo, era tra i più entusiasti sostenitori della venuta del re francese, vista come strumento per liberare la Chiesa da un papa simoniaco e Firenze dal dominio mediceo. La breve durata della vicenda di Savonarola (1494-1498) rivela il carattere anacronistico del suo tentativo di riforma religiosa e politica, ma mostra al tempo stesso come la repubblica fiorentina gravitasse nell’orbita francese.

Anche l’impresa di Cesare Borgia, figlio del pontefice Alessandro VI, fu resa possibile dal favore francese. Forte dell’appoggio militare concessogli da Luigi XII infatti, Borgia riuscì a consolidare un possesso territoriale sulle Romagne e sul Ducato di Urbino (1499- 1502), eliminando i poteri dei signori locali e favorendo il costituirsi del potere temporale della Chiesa. Anche questo tentativo si mostrò tuttavia fragile, frutto più del calcolo di un uomo solo, abile nel cogliere le congiunture favorevoli, che non formatosi gradualmente attraverso un naturale sviluppo.

Gli eventi di questi anni dunque, anche se mossi da fattori di origine locale, e all’apparenza indipendenti da forze straniere, si inseriscono nella politica delle potenze dominanti in Italia.

TRE ITALIE IN DUE SECOLI

Per concludere questo percorso volto a mettere in luce la crisi che a più livelli investe gli stati italiani sullo scorcio del XV secolo, e per accennare solo brevemente a quelli che saranno gli sviluppi della situazione italiana, mi sembra efficace l’immagine utilizzata da Braudel: ‘1450-1650, tre Italie in due secoli’.

Tra il 1450 e il 1650 Braudel individua distintamente tre Italie:

un’Italia pacifica, che ha creato da sé la propria pace secondo gli accordi complessi di Lodi (1454). Un’Italia che saprà godere di questa pace e saprà conservarla per quasi mezzo secolo, sino al 1494.

Un’Italia straziata, dal 1494 al 1559, da una guerra sopraggiunta dall’esterno e imposta da altri. ‘Noi le chiamiamo guerre d’Italia, e furono guerre per l’Italia, per la conquista e il dominio della penisola’.

Un’Italia inattesa, in seguito ad un’altra pace, il trattato di Cateau Cambresis (1559).

‘Avrebbe potuto essere un accordo in aria in più, come tanti altri. Invece questa volta l’Italia sarà precipitata in una pace di lunga, lunghissima durata, come condannata a rimanere fuori d’ogni belligeranza da una specie di imprigionamento pacifico. Perché questa pace sorda[…] viene da fuori, è imposta da molteplici coincidenze, dalla stanchezza, dall’indifferenza degli stranieri che […] hanno altro da fare altrove: dalla guerra dei Trent’anni, selvaggia, devastatrice, la penisola riceverà soltanto “qualche graffio”. ’

 

L’idea di guardare all’Italia, alle Italie, come a realtà estremamente complesse, diverse e in continua trasformazione, consente di osservare nella sua complessità quella crisi che investe il sistema degli Stati italiani sullo scorcio del XV secolo, e permette di coglierne il senso pieno, quale processo, trapasso, trasformazione, e non necessariamente periodo di ‘decadenza’.

 

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VERIFICA SCRITTA RELATIVA ALL’UNITÀ DIDATTICA ‘LA CRISI DEL SISTEMA ITALIANO DI STATI’

Premetto che le seguenti domande costituiranno solo una parte di una verifica più ampia comprendente anche le unità didattiche relative a Carlo V e Filippo II, per un periodo compreso tra il 1494 e la Pace di Cateau Cambrésis del 1559.

Ad ogni domanda farò seguire schematicamente i punti che vorrei fossero toccati affinché le risposte siano esaurienti e la motivazione che mi ha indotto a formulare tali domande. Le mie ipotesi di risposta tengono conto degli elementi messi in luce e degli aspetti sui quali si è soffermata l’attenzione nel corso delle lezioni.

Illustra la situazione politica italiana del XV sec. in rapporto al contesto europeo: metti in luce i principali caratteri che differenziano le rispettive esperienze, dal punto di vista territoriale, politico e militare.

Europa Penisola italiana
Sviluppo ‘Stato nazione’ incentrato sulla figura del sovrano Sviluppo ‘stati territoriali’ incentrati sulle città
Unificazione territoriale Frammentazione territoriale
Unificazione politica: monarchie assolute Diverse forme politiche( Città repubblicane, Principati, Signorie, Regni)
Monopolio forza: controllo esercito da parte del sovrano Eserciti mercenari: Compagnie di ventura

La prima domanda risponde all’esigenza di verificare il conseguimento degli obiettivi prefissati, sia a livello di conoscenza ( situazione italiana in rapporto al contesto europeo), sia per quanto concerne la capacità di ricostruire quadri generali per realtà politiche complesse.

 

Chiarire il senso che assume l’espressione ‘crisi politica italiana’ alla luce del passo tratto da ‘Storie fiorentine’ di Guicciardini:

‘nacquono le guerre subite e violentissime, spacciando e acquistando in meno tempo uno regno che prima non si faceva una villa; le espugnazioni delle città condotte a fine non in mesi, ma in dì ed ore; e fatti d’arme fierissimi e sanguinosissimi. Ed in effetto gli Stati si cominciarono a conservare, a rovinare, a dare ed a torre non co’ disegni e nello scrittoio, come nel passato, ma alla campagna e colle arme in mano.

Illusione che la potenza di uno stato risieda nella sua abilità diplomatica
Sottovalutazione della fragilità interna dovuta ad estrema frammentarietà
Sottovalutazione delle nuove dimensioni politico militari delle monarchie di Francia e Spagna

La seconda domanda richiede la capacità di leggere un breve passo di un documento storico al fine di trarre indicazioni per ricostruire il contesto più ampio al quale si riferisce. A tal proposito sostituirei la fonte utilizzata e commentata a lezione (Machiavelli ‘L’arte della guerra’) con una affine dal punto di vista del significato trasmesso.

Quali dinamiche hanno caratterizzato le Guerre d’Italia, dal 1494 al 1516, rivelando la fragilità dell’assetto politico italiano?

Vuoto politico→spazio da riempire che attira lo straniero

Sistema di Leghe

Presenza dell’alleato straniero

Gravitare della politica interna italiana nell’orbita straniera

La terza domanda richiede la capacità di individuare le dinamiche che muovono le vicende e il significato che alcuni eventi rivelano, prescindendo dall’elencazione mnemonica dei fatti stessi.