IL TERRORE

O del dispotismo della libertà

Destinatari: Alunni del quarto anno di liceo scientifico o di seconda liceo classico

Prerequisiti: Conoscenze: Storia della Rivoluzione Francese: dal rovesciamento dell’Ancien régime alla caduta di girondini;

Competenze: Saper leggere un documento, individuando il tipo di fonte, l’autore, la datazione del documento. Avere conoscenza delle dinamiche storiche di respiro più ampio che trovano sviluppo nel periodo determinato in oggetto;

Obiettivi: Conoscenze:Gli anni della progressiva radicalizzazione del Terrore e dei problemi legati alla transizione della sovranità dalla monarchia al popolo. Storia dei cambiamenti della mentalità, storia del calendario d’età moderna. Individuare le parole-chiave e i punti fondamentali della storia rivoluzionaria, attraverso la lettura analitica e critica del materiale didattico proposto. Collocare la riflessione sul periodo storico specifico all’interno del più vasto dibattito storiografico e di storia delle idee che gli eventi introducono.

Competenze: Utilizzare la terminologia specifica; saper interpretare un documento storico, individuandone i presupposti, gli scopi, i riferimenti, il tipo d’informazioni di cui l’autore poteva disporre, sapendovi distinguere le testimonianze intenzionali da quelle deducibili dal contesto; consolidare l’attitudine a problematizzare e a saper formulare domande; saper esporre un breve saggio di critica storica individuando i punti essenziali attraverso cui il pensiero politico si snoda, articolare connessioni tra i testi per poterne fare un uso critico e appropriato, rendendosi protagonisti di una piccola ricerca storica.

Atteggiamenti: Acquisire uno sguardo critico e consapevole rispetto al valore della storia come fonte e laboratorio di idee, considerando le diverse posizioni storiografiche.

Tempi: 4 ore + 2 ore per l’esposizione delle relazioni in classe.

Strumenti: libro di testo; lettura e analisi delle fonti.

Metodi: 1) lezione frontale espositiva 2) Ricerca, lettura e analisi, individuale e di gruppo, di documenti a scuola e a casa, sui quali compiere le varie operazioni cruciali per averne padronanza 3) Discussione sugli argomenti di più ampio riferimento politico.

Verifiche formative: Saranno effettuate in itinere per valutare i progressi o le stasi rispetto alla situazione di partenza con brevi domande orali all’inizio di ogni nuova lezione.

Verifica sommativa: Al termine dell’unità didattica, con lo svolgimento di una relazione per gruppi, da esporre in classe.

Introduzione

Lo slittamento

Nessun periodo della Rivoluzione ha cristallizzato tante contraddittorie passioni come quello che va dal 2 giugno 1793 alla primavera del 17941. Un fascino che deriva dall’irrazionalità dell’odio o dell’ammirazione suscitati e da quella visione teleologica della storia che ne ha fatto l’anticipazione delle esperienze rivoluzionarie del XIX secolo in Francia e di quelle del XX secolo in Russia2, tutti elementi che hanno contribuito ad elaborare come un mito la cosiddetta breve parentesi3 del Terrore. Un periodo certamente breve, facilmente determinabile cronologicamente (consideriamo in questo lavoro i mesi tra l’estate 1793 e il 27 luglio 1794) e che, d’altra parte, pur non volendo cedere alla teleologia, pare contenere in nuce alcuni degli innumerevoli motivi, temi e questioni che caratterizzeranno la storia delle idee politiche e il dibattito storiografico dei secoli successivi.


 

I Sanculotti

La caduta dei girondini del 2 giugno non era costata alcuna vita umana, ma era stata una gravissima mortificazione del principio parlamentare4, un’azione patriottica dei sanculotti di Parigi, che affermavano di difendere così i motivi della Rivoluzione, ma che finì col contrapporre la capitale alle province, e per esasperare i motivi di disordine e di tensione già fortemente presenti in una nazione impegnata nella guerra esterna e in quella interna.(cfr. appendice, cartina: La crisi della Rivoluzione,1793)

Gli austriaci e i piemontesi continuavano la loro avanzata, gli insorti vandeani assediavano Nantes, Tolone si sarebbe consegnata agli inglesi in agosto e in molte città si sviluppava la cosiddetta “insurrezione federalista” che non era spinta da forze controrivoluzionarie5, ma, sostenuta largamente da componenti popolari, tendeva soprattutto a contrapporsi all’eccessivo potere assunto dal movimento dei sanculotti parigini. Movimento guidato dagli Arrabbiati e dai Cordiglieri, che percorre e agita Parigi rendendola simile ad una città assediata.

I sanculotti, dunque, sono tra i protagonisti di questa nuova fase della Rivoluzione. Alla domanda “che cos’è un sanculotto?” Si può dare una risposta politica, e dunque definirli come i vincitori della Bastiglia, del 10 agosto e del 31 maggio6, oppure sociale, così come avviene nel famoso documento (dai toni apologetici) del maggio 17937. Essi non sono, però i proletari della rivoluzione: i salariati dell’industria, infatti, erano in minoranza rispetto ai piccoli commercianti e agli artigiani, e le loro rivendicazioni economiche e sociali puntavano ad una società in cui, sebbene generalizzata e limitata ai bisogni individuali, la proprietà privata doveva essere presente. Ciò che li unisce nella lotta è l’obiettivo del calmieramento dei prezzi, come e più del loro abbigliamento, dei pantaloni, o, ad esempio, del berretto rosso, divenuto simbolo del militantismo rivoluzionario, o del linguaggio, per cui ci si appella “cittadini” e non “signori”, ci si dà del “tu” e non del “voi”. Darsi del tu è, per il sanculotto, un gesto politico, perché è un modo di esprimere il principio base della fraternità, è parte del sogno vissuto dell’uguaglianza8, per cui il militante è sempre emanazione di un gruppo, e mai un rivoluzionario solitario. Per il sanculotto, la società è tutto, e la società è rappresentata pienamente solo in uno stato repubblicano e indivisibile. Della società i sanculotti hanno una visione moralista, e la loro idea non è tanto di rovesciarne l’ordine, quanto di renderlo più giusto. Le loro aspirazioni s’incontrano, dunque, in una sintesi originale, con l’ideologia dei Lumi, dando vita ad una mentalità effimera9, ma che contribuisce a delineare quell’entità sfuggente definita popolo, folla rivoluzionaria10.

I sanculotti esprimono, in ogni caso, l’aspetto più radicale della rivoluzione e raggiungono il loro apogeo dopo l’espulsione dei girondini. Espulsione voluta dalla Montagna, ma effettuata dal popolo11.


 

La Costituzione

Il successo dei sanculotti aprì la strada all’egemonia dei giacobini, che seppero gestire la rottura tra le forze radicali ed i girondini distribuendo concessioni e repressione e ponendosi alla guida di un paese sconvolto dai disordini. Il governo, che poggiava dunque sull’accordo di due minoranze, quella dei militanti rivoluzionari e quella del personale politico giacobino, si affrettò a votare, attraverso la Convenzione nazionale, già il 24 giugno, una Costituzione democratica12.

La Costituzione del 1793, sebbene sia un’opera di circostanza affrettata e incompleta, volta soprattutto a tranquillizzare l’opinione pubblica borghese, e a dimostrare alla nazione che i Montagnardi non erano quei dittatori che i girondini paventavano, sanciva i principi base dello stato democratico.

Il fatto stesso che la nuova costituzione si apra con una riformulazione della Dichiarazione dei diritti dell’89, affermando, tra l’altro, la libertà dei culti e la libertà economica, ci conduce ad un interessante confronto fra i due testi.(cfr. appendice)

Keith Michael Baker afferma che, rovesciata la monarchia, si aprì nuovamente lo spazio concettuale tra Rivoluzione e costituzione, che l’Assemblea costituente aveva tentato di chiudere, con troppa fretta, nel settembre 1789. L’Assemblea aveva, in altre parole, puntato sulla volontà politica piuttosto che sulla ragione sociale, sull’unità piuttosto che sulle diversità, sulla virtù civica piuttosto che sugli interessi commerciali, sulla sovranità assoluta più che sui diritti dell’uomo13.

La Costituzione del ’93 introduceva il suffragio universale maschile diretto, la sovranità del popolo anziché della nazione, allargandone l’esercizio grazie all’istituto del referendum (pur limitandone l’utilizzo: dalla sanzione popolare furono esclusi i decreti urgenti e ne fu ristretto il ricorso per le leggi ordinarie). La Costituzione doveva essere approvata dal popolo. La resistenza all’oppressione, elencata fra i diritti naturali e imprescrittibili nell’articolo 2 dell’89, conquistava l’importanza e lo spazio di un intero articolo, (il 35) nella nuova costituzione, diventando, così, un diritto-dovere all’insurrezione nel caso di violazione dei diritti del popolo, o anche solo di una sua parte, legittimando e rivendicando, dunque, un ruolo decisivo per le minoranze rivoluzionarie. La Costituzione, dunque, si avvicinava ad un modello democratico organico di tipo rousseauiano: sia l’eliminazione della separazione dei poteri sia il suffragio universale ed il ricorso al plebiscito legislativo sono forme di esercizio diretto della sovranità. In questo modo si modifica il rapporto tra cittadino e Stato. Il fine della società non è più, come nell’Ottantanove, il mantenimento dei diritti naturali, ma la felicità comune, il che pone le premesse per una limitazione dei diritti in funzione dell’utilità collettiva.

Un accenno ad una più concreta solidarietà sociale, nell’ottica di una democrazia sociale, venne istituito con l’obbligo per lo Stato di assicurare lavoro e assistenza sociale (art. 21) ed il diritto all’istruzione (art. 22).

Più che una variante del testo del 1791, dunque, la Costituzione del ’93 è l’estrema espressione di un sogno di democrazia sociale14. Ad essere modificata, infatti, è la lista dei diritti fondamentali: l’eguaglianza diventa uno specifico diritto.

La Costituzione, però, rimase solo un punto di riferimento programmatico, non entrò mai in vigore poiché al suo posto fu instaurata una dittatura in nome del popolo e della libertà15.

 

Il Governo Rivoluzionario

La Convenzione aveva votato frettolosamente una costituzione di circostanza. Poteva essere applicata nella situazione difficile che affliggeva la nazione?

Non si governa in tempi eccezionali con metodi normali16. Questa fu la risposta che i giacobini si diedero, questo il momento in cui la rivoluzione rinuncia ufficialmente a fondare la repubblica sulla legge. In questo modo, rimandandone l’applicazione a “tempi migliori”, è la nozione stessa di legge che perde di senso, perché perde una delle sue caratteristiche fondamentali: l’universalità. Si rinuncia così ad uno dei più grandi obiettivi dell’89: l’uguaglianza dei diritti dell’individuo fondata su una costituzione scritta.

Dunque, si agì in vista di un rafforzamento del governo ampliando e rinnovando (Robespierre vi entrò dal 27 luglio e lo guidò per un anno intero) il Comitato di Salute Pubblica17, i cui dibattiti restavano segreti e che arrivò a detenere tutto il potere esecutivo, sostituendosi ai ministri e dominando la Convenzione.

Per tutto luglio e agosto, il Comitato, riuscì a tener testa alle pressioni dei Sanculotti, prevedendo la pena di morte per gli accaparratori, decretando la morte di Maria Antonietta e la confisca dei beni dei girondini arrestati. In agosto, ci fu la riorganizzazione dell’esercito con la leva in massa, che introdusse al comando giovani generali d’estrazione popolare.

Dopo le giornate di settembre18, però, ci fu un’accelerazione nell’adozione delle misure rivoluzionarie: il 5 il Terrore è messo all’ordine del giorno. Questo vuol dire che la repressione di tutti i nemici della Repubblica, interni ed esterni, sistematizzata e inasprita, sarebbe diventata più efficace. I sanculotti avevano invaso l’Assemblea, chiedendo pane e ghigliottina. L’11 il Comitato fissa il maximum dei cereali, il 17 viene approvata la legge sui sospetti19.

Se il Tribunale rivoluzionario, creato già in marzo, aveva agito con moderazione, ora, riorganizzato, arriva ad un considerevole volume d’attività, cioè di esecuzioni20. Il 29 la legge contempla anche il maximum generale dei salari. Al Terrore si aggiunge, così, il controllo dell’economia, che risulta, tra l’altro, di difficile applicazione e provoca la rarefazione delle merci. Il governo cerca di non sconfessare del tutto la libertà economica per non alienarsi la borghesia e il contado, lasciando alla Comune il compito di rispondere alle richieste dei sanculotti, organizzando le perquisizioni con un atteggiamento più morbido riguardo il maximum dei salari. Il terrore economico, in ogni caso, risultò efficace solo in un campo estremamente circoscritto poiché il tentativo di dirigere l’economia nazionale da parte dello stato, attraverso requisizioni e controlli, si scontrò con la frode generalizzata in tutta la popolazione 21.

La conseguenza delle giornate di settembre è, dunque, l’organizzazione di strutture repressive o il loro potenziamento: il Terrore è, nella mente dei governanti, un mezzo per evitare il ripetersi delle stragi: un terrore programmato e circoscritto sembra il sistema migliore per evitare altri massacri.

(Capire e) Spiegare il Terrore

Secondo Furet22, non è possibile ridurre la spiegazione del Terrore all’analisi delle circostanze che l’hanno generato, perché la teoria delle “circostanze” trasferisce l’iniziativa storica alle forze ostili ed esterne alla rivoluzione. Ci si lascerebbe condizionare dalla stessa retorica giacobina23 se s’imputasse alla resistenza controrivoluzionaria la radicalizzazione della rivoluzione. La radicalizzazione è già in atto dall’89 e, se la vera minaccia controrivoluzionaria nasce con la guerra e l’invasione del ‘92-93, è “la rivoluzione che ha voluto la guerra, perché aveva bisogno di grandi tradimenti”, come affermava lo stesso Brissot. Non sono le circostanze che alimentano la rivoluzione, è, dunque, la rivoluzione che se ne alimenta: anche il periodo del Grande Terrore coincide, addirittura, con un momento bellico favorevole. Considerare il Terrore come il prodotto atroce, eppure necessario, della tragica congiuntura in cui si trovò la Repubblica nel 1793, è sicuramente la spiegazione che permette di giustificare un regime basato sulla paura e sulla teoria del complotto. E’, poi, la spiegazione che permette di spostare la responsabilità degli episodi terroristi sugli avversari della Repubblica, della Rivoluzione e delle sue conquiste. Eppure, questa lettura degli eventi, non è l’unica modalità di comprensione.

Nella storiografia più recente, meno condizionata dagli ideologismi, e più attenta al mutare delle mentalità, il Terrore è stato studiato come una parte della storia e dell’ideologia rivoluzionaria, che è l’ideologia della volontà del popolo. Vovelle ritiene sia possibile parlare di mentalità anche quando un sistema istituzionale si basa sulla formalizzazione della pratica spontanea24, poiché, comunque, anche in questo caso, emerge una sensibilità nuova che si polarizza nella volontà di punizione e timore del complotto da una parte, e nella paura diffusa dall’altra. Una mentalità nuova che esprime l’aspirazione a cambiare radicalmente il mondo. E’ questa, probabilmente, la chiave di lettura più utile: nelle idee e nei sentimenti dei militanti, la Rivoluzione doveva farsi portatrice di una rigenerazione dell’uomo, in una visione quasi religiosa. Non si trattava di riformare solo la società francese, ma di essere protagonisti di un rinnovamento totale, di una rigenerazione, di una palingenesi che, avendo sostituito il popolo al re, l’ordine politico a quello divino, fa dell’universo rivoluzionario il regno della volontà.

La rappresentazione del sociale esercita, in altre parole, la propria supremazia sulla sfera del politico e riveste di legittimità decisioni prese, in realtà, in maniera oligarchica.

All’interno dell’ideologia rivoluzionaria, si creano un linguaggio e una mentalità manichei per cui esistono solo il patriottismo e il tradimento, il popolo e il complotto aristocratico, la rivoluzione e la controrivoluzione: libertà o morte!

Il governo rivoluzionario si delinea come macchina amministrativa di una metafisica egualitaria e moraleggiante25 al cui interno diventa logico e conseguente quell’esercizio del potere, quel tipo di autorità pubblica, in cui l’ideologia coincide con la pratica, ed ogni dibattito perde ragione, poiché non esistono più lo spazio, la distanza per la lotta, non esiste più la politica, ma solo il consenso o la morte.

Per questo si può affermare che il 9 termidoro segna la fine della Rivoluzione nella sua forma più pura, poiché restituisce al sociale l’indipendenza rispetto all’ideologia.

L’ideologia rivoluzionaria dopo il 9 termidoro non esprime contemporaneamente, cioè, il potere politico e la società civile, non può più sostituirsi a queste due istanze della sovranità popolare.

Il regime dell’anno II è l’applicazione paradossale, e però piena e totale, di quello che è forse il principio per eccellenza della rivoluzione francese, vale a dire la sovranità assoluta e indivisibile di un’Assemblea unica, ritenuta rappresentante della volontà generale, espressa dal suffragio universale; insomma Rousseau corretto (o falsificato) dall’idea di rappresentanza.26

La scristianizzazione

Sicuramente la scristianizzazione fa parte di quest’aspetto di totale rinnovamento tipico della mentalità rivoluzionaria. Il suo aspetto più violento prende corpo nell’autunno dell’anno II, nonostante la battuta d’arresto imposta da Robespierre in frimaio27. Il movimento di scristianizzazione aveva cause profonde e nulla contribuì a generalizzare il Terrore quanto questi provvedimenti per cui tutti i cattolici erano sospetti28. La scristianizzazione, fu un elemento di forte turbamento della mentalità collettiva non solo per il trauma che provocò, ma perché coinvolse profondamente la mentalità popolare, generando dissensi, (addirittura ribellione nelle campagne) ma anche accettazione e partecipazione ai nuovi culti. Non fu, in altre parole, un evento superficiale e imposto dall’alto, anzi, esso generò una dinamica tanto ampia da non poter essere letto come una semplice costrizione. In quest’ottica, anche il ruolo dei rappresentanti in missione viene ridimensionato da Vovelle, il quale ha rilevato un’ampia partecipazione popolare e una nuova apertura ai nuovi culti proposti.29

In ogni caso, il movimento prese forme diverse a seconda delle località e di chi lo fece applicare. Dall’imposizione per i sacerdoti ad abbandonare gli ordini e a chiudere le chiese, con l’interdizione al culto e l’obbligo alla consegna dei beni, (argenterie e campane), fino a scene violente di iconoclastia e di saccheggio. Non ci fu, dunque, uniformità nel movimento di scristianizzazione, termine già in sé ambiguo30. Poter parlare di scristianizzazione presuppone, infatti, che la Francia fosse uniformemente cristiana, mentre, sebbene l’edificio cristiano fosse un ordine universale quasi unanimemente accettato, esso era meno stabile, meno uniforme e meno radicato di quanto sembri. Nel sistema c’erano le crepe dovute al dismorfismo sessuale, cioè alla diseguale partecipazione di uomini e donne alla pratica religiosa, alla sua relativamente recente instaurazione (XVI secolo), allo sviluppo dell’individualismo e dell’abitudine alla contestazione (elementi legati al diffondersi del giansenismo) e c’era stata una flessione nella curva delle vocazioni monastiche e sacerdotali.

Nascere e morire significava, fino ad ora, nascere e morire nella fede cattolica, poiché non esisteva il registro civile, ma solo quello parrocchiale, eppure l’analisi delle formule testamentarie svolta da Vovelle, ha riscontrato come, nel corso dell’ultimo secolo, i testamenti si fossero laicizzati, e si fossero diffuse le nascite illegittime e l’uso di pratiche contraccettive.

L’Illuminismo, che non aveva voluto colpire il cristianesimo come credenza religiosa, ma come potere politico, aveva comunque generato un atteggiamento di maggior distacco nei confronti della religione.

D’altra parte, si tentò di sostituire con il culto rivoluzionario, che era in gestazione già dall’89, il culto tradizionale, cui era stato finora associato. La festa del 10 agosto 1793 fu, per la prima volta, una festa puramente laica, con una propria liturgia e i propri simboli.

Il tentativo di scristianizzare il quotidiano divenne ancor più evidente con l’adozione del calendario repubblicano, che sostituì alla nascita di Gesù Cristo la data del 2 settembre 1792, primo giorno della Repubblica, alle menzioni di cerimonie religiose e dei santi, denominazioni desunte dai mestieri e dalle produzione familiari e soprattutto sopprimendo la domenica a favore del decadì.


 

Il calendario

La Convenzione incaricò il 20 dicembre 1792, mentre era in atto il processo a Luigi XVI, il Comitato d’Istruzione Pubblica di presentare un progetto sui vantaggi che poteva procurare alla Francia un raccordo tra l’era repubblicana e l’era volgare. Poiché, secondo un decreto del 22 settembre 1792, gli atti pubblici dovevano essere datati, “anno I della Repubblica”, il primo punto da chiarire era se il primo gennaio si sarebbe passati all’anno secondo o se ciò sarebbe avvenuto il 21 settembre successivo.

Una commissione guidata da Gilbert Romme presentò alla Convenzione un rapporto con una radicale riforma del calendario, approvata poi il 5 ottobre. L’imperativo era: razionalizzare, estendendo alla misura del tempo la numerazione decimale adottata per i pesi e le misure. Ogni giorno era diviso in dieci ore, ogni mese diviso in periodi di dieci giorni,( 3 decadi che sostituivano le settimane) e, abolita l’era dell’incarnazione, gli anni si contavano a partire dal 22 settembre 1792 che divenne l’inizio del primo anno. A questi mesi tutti uguali di 30 giorni, andavano però aggiunti 5 giorni supplementari, che diventavano 6 negli anni bisestili. Dal punto di vista strutturale i due elementi innovatori del calendario rivoluzionario sono la durata identica dei 12 mesi e l’introduzione del ritmo decadario al posto di quello settimanale. Il loro effetto combinato insieme all’aggiunta, alla fine dell’anno, di 5 giorni per completare l’anno solare, porta all’abolizione delle sfasature tra giorno, decade e mese, in modo che l’inizio di ognuno di loro coincida con quello degli altri. Il risultato è che ogni anno sarà uguale al precedente e al successivo, implicando, in realtà un’idea di tempo in cui l’immagine del futuro è immutabile rispetto al passato31.

La stessa idea ritorna in alcuni almanacchi per l’anno II in cui vengono collocati personaggi, all’interno di ciascun mese, in una rigida serie cronologica, la quale ridava simbolicamente inizio alla storia che non si ripeteva solo nella proposta di modelli di comportamento ma anche nel succedersi di questi ultimi nelle dodici parti dell’anno.

La volontà di fermare il tempo è ancora più evidente nell’almanacco di Henriques32, composto da una lettera e una parabola per ognuna delle 36 decadi dell’anno. La prima propone idee generali sempre valide, spesso presentate da vecchi saggi, la seconda illustra con un esempio concreto la verità di questi principi morali. L’almanacco chiude, poi, su questa frase: “Che la rispettabile antichità e i secoli nuovi si avvicinino e formino le prime due colonne del tempio dell’immortalità”.

Bulard, descrivendo la discordia trovata da Solone al suo ritorno ad Atene, usa i termini Federalismo e Montagnardi per identificare coloro che chiedevano un governo popolare, una nota spiega ” si vede che in tutti i tempi sono i montagnardi ad essere animati dai sentimenti più repubblicani”. Il rapporto col passato si è istituito in 2 momenti successivi: prima si è prestato un concetto contemporaneo alla repubblica ateniese poi, grazie a ciò, si è potuto utilizzare l’esempio di Atene per esprimere un giudizio sulla situazione politica del 1793, un corto circuito il cui risultato è comunque la negazione fattore tempo nella storia.

Il calendario rivoluzionario sarà abbandonato nel 1806; in realtà, il suo utilizzo effettivo fu di breve durata in città e di tempo ancor minore in campagna, dove l’attacco più grave alla temporalità fu la deposizione delle campane e il momentaneo tacere dell’Angelus33.


 

Il 9 termidoro

Lefebvre vede nella scristianizzazione l’inizio della crisi finale, a causa della forte perturbazione che provocò negli animi e nella nazione34.

Certamente, però, non si può non tener conto della profonda frattura che la morte di Robespierre introduce nella storia della Rivoluzione. Egli, più d’ogni altro, era la Rivoluzione al potere: il 9 termidoro segna una profonda rottura nella storia rivoluzionaria perché segna lo iato tra la legittimità rivoluzionaria e la legittimità rappresentativa, o, come preferisce dire Marx35, tra la società reale e l’illusione della politica. Se la rivoluzione muore con Robespierre è perché egli ha saputo personificare uno dei punti nodali dell’ideologia della democrazia: l’abilità comunicativa. Egli ha saputo usare il linguaggio che la situazione richiedeva, adoperando, in questo momento di rinnovamento totale, che sfiora dimensioni religiose, un linguaggio sacerdotale, poiché crede in tutto ciò che dice e lo esprime nel linguaggio della rivoluzione. Robespierre, anzi, fa del magistero della comunicazione un’ideologia e una tecnica del potere, fa leva, cioè su ciò che diventerà- fino ad oggi- l’essenziale del potere stesso.

Egli riesce a diventare l’alchimista della parola e dell’opinione rivoluzionaria, a trasformare le difficoltà della democrazia diretta nei segreti del predominio, il terrore è qui, nel magistero della parola che Robespierre porta al livello più perfezionato36. Nessuno come lui ha interiorizzato la codificazione ideologica del fenomeno rivoluzionario: la lotta per il potere e quella per il popolo coincidono nella sua persona. Egli riesce a riconciliare miticamente la democrazia diretta e il principio di rappresentanza, ponendosi al vertice di una serie di equivalenze garantita dalla sua parola e dalla sua persona.

La ragione di tanto potere può imputarsi, in parte, alla personalità di Robespierre: inaccessibile alle passioni, egli è interamente disponibile per la virtù. Avendo eliminato in se stesso ogni forma di separazione fra pubblico e privato, fra l'amor proprio e l'amor dì patria, egli ha percorso il ciclo della "rigenerazione", quella rigenerazione che è forse la tensione più forte che percorre gli animi rivoluzionari e che dunque qui li incontra e sa interpretarli e che diventerà il centro della sua politica.
La rivoluzione parla con Robespierre il suo linguaggio più tragico e più puro37.

Il regno di Robespierre si costituisce, infatti, secondo Furet38, all’interno dell’ambiguità insita nel potere rivoluzionario costituito e legittimato dall’opinione benché non esistano regole d’espressione dell’opinione stessa. Il suo dono è nella capacità di seguire sempre la congiuntura: egli parla sempre in nome del popolo, e così può essere prima monarchico e poi repubblicano, prevalentemente rousseauiano e quindi contrario all’idea di rappresentanza e poi favorevole ad essa. Robespierre cita, in effetti, molte volte Rousseau nei suoi discorsi e lo utilizza per mostrare ai rappresentanti che essi non possono e non debbono avere una volontà diversa da quella popolare. E così egli è diffidente verso la rappresentanza quando gli sembra che l’Assemblea non proceda nel senso della rivoluzione, ma, nel momento in cui essa va nella buona direzione, il rousseauismo scompare e la rappresentanza è detta necessaria.

Equidistante dalle fazioni, colpendo alternativamente quelli che vorrebbero vedere la rivoluzione riprendere lena, (gli herbertisti) o retrocedere (i dantonisti), Robespierre finì per assumere su di sé la conclusione, rimandata indefinitamente, di una rivoluzione interminabile.39

La morte di Robespierre è anche la morte della Rivoluzione, o almeno, del suo periodo più brutale e contraddittorio.

LE COSTITUZIONI RIVOLUZIONARIE del ’91 e del ‘93


 


 


 


 


 


 


 

VERIFICA

Se la Rivoluzione francese è il primo evento in cui si manifestano i grandi problemi della moderna democrazia liberale, non sarà inopportuno considerare le rivendicazioni e le pratiche attraverso cui si esprime il principio di una sovranità popolare inalienabile, e guardare al periodo del governo rivoluzionario come un momento di elaborazione delle dinamiche determinate dal rapporto tra il diritto e il fatto, tra la rappresentanza e la democrazia, dunque tra la teoria e la pratica della democrazia stessa.



 

Dalla polis alla comune

Discutendo anche sul testo di Furet, svolgete una ricerca per gruppi, (suddividendo i periodi storici) sulla storia dell’idea di democrazia, della libertà e dell’uguaglianza, dall’età classica fino agli ideali espressi dalla Rivoluzione Francese. Scrivete poi una relazione, cercando di esprimere il vostro punto di vista sui problemi e sulle ambiguità che l’idea di democrazia ha visto nei secoli.


 

A mio parere la Rivoluzione francese è connotata, in ciò che ha di più interessante e di più fecondo, dalla scoperta dell'universo politico moderno. Intendo dire che può essere vista come una vittoria della borghesia sull'aristocrazia (che è uno dei suoi aspetti più incontestabili), ma anche come la scoperta, da parte della nuova classe media, dell'universo liberal-democratico, cioè dell'universo politico moderno, in cui i cittadini sono liberi e uguali. Trovo appassionante nella Rivoluzione francese la straordinaria accelerazione nella ricerca dell'universo politico moderno. Dunque io credo che il mio apporto alla storia della Rivoluzione francese, è nell'aver mostrato che è questo il primo evento in cui si manifestano i grandi problemi della moderna democrazia liberale. Tutta la ricchezza e il carattere enigmatico della Rivoluzione francese, risiedono per me in questa costante ricerca di un nuovo corpo politico corrispondente alla società civile borghese. Ma la Rivoluzione, questo nuovo corpo politico non è riuscita a trovarlo. La rettifica da me apportata è questa: i problemi lasciati insoluti dalla Rivoluzione francese non sono affatto quelli dell'eguaglianza civile, che furono regolati assai presto e definitivamente, o almeno per i due secoli avvenire. Il problema più importante è invece l'articolazione del nuovo corpo politico, il progresso della libertà, perché dopo tutto, nella Rivoluzione francese, dei quattro regimi che ho enumerato prima, ce ne sono due liberali, per esprimersi concisamente, e due del tutto illiberali: il Terrore e Napoleone.

François Furet, Aforismi


 

 

BIBLIOGRAFIA



 

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1Furet François- Richet Denis, La Rivoluzione Francese, Laterza, Roma,1974, pag. 245.

2 Lenin si richiamò al modello giacobino sin dal 1903, incappando in evidenti anacronismi, contestati presto da Trotskij. Eppure le sue critiche non preclusero il successo a formule come questa, che Lenin volentieri utilizzava: “il giacobino legato indissolubilmente all’organizzazione del proletariato consapevole dei propri interessi di classe, è appunto il socialdemocratico rivoluzionario”. E’ evidente che, se pure la rivoluzione francese ha influenzato i rivoluzionari russi, l’una non è il compimento dell’altra, ma tantomeno lo studio degli eventi francesi può guadagnare valore in profondità e in ricchezza, dalla complementarità con quelli russi, in questa visione teleologica, o, addirittura escatologica, che anzi ne ha fatto perdere in specificità. Cfr. Furet François, Critica della rivoluzione francese, Laterza, Roma, 1987, pag. 100.

3 La domanda che questa definizione ci pone immediatamente riguarda proprio il rapporto di questo periodo con le altre fasi della Rivoluzione. Prima che un insieme di istituzioni repressive, utilizzate dalla Repubblica per liquidare i propri avversari e basare il proprio dominio sulla paura, il Terrore è una rivendicazione basata su convinzioni politiche, un tratto caratteristico dell’attivismo rivoluzionario e della sua mentalità. Furet, ad esempio afferma che non vi è soluzione di continuità tra la Rivoluzione dell’89 e il governo rivoluzionario del ‘93, poiché l’uguaglianza è comunque l’obiettivo, sempre sfuggente (protagonista dello slittamento) e, anzi la storia della Rivoluzione consiste negli anni in cui questa invade tutta l’area del potere, fino alla caduta di Robespierre. Cfr. Furet François, Critica della rivoluzione francese, cit. pag. 64. e Dizionario critico della Rivoluzione Francese. Bompiani, Milano, 1988, pag. 130

4 Capra Carlo, Storia moderna, cit. pag. 497

5 Il periodo che va dal marzo-giugno dell’89 al 9 termidoro del ’94, non è caratterizzato, da un punto di vista interno, dal conflitto fra Rivoluzione e Controrivoluzione, bensì dalla lotta fra i rappresentanti delle successive Assemblee e i militanti dei club per la conquista della posizione simbolica dominante costituita dalla volontà popolare. Da qui Furet parte con la sua critica a chi, nella storiografia francese ha fatto del periodo del Terrore il momento culminante della Rivoluzione, in quanto periodo dell’intesa tra popolo e borghesia. Il punto centrale della sua critica è che è proprio il popolo a non essere un dato e a determinarsi tramite la Rivoluzione, è, insomma, questo il primo elemento da definire: La rivoluzione francese continua ad essere caratterizzata da una lacerazione tra le differenti versioni di questa legittimità e la lotta degli uomini e dei gruppi che se ne fecero una bandiera. Cfr. Furet François, Critica della rivoluzione francese, cit. pag. 61.

6 Cfr. F. Furet- M.Ozouf, Dizionario critico della Rivoluzione Francese, cit, pag. 365.

7 “Che cos’è un sanculotto? E’ un essere che va sempre a piedi che non ha i milioni che tutti vorreste avere, né castelli, né lacché per servirlo, e che abita semplicemente con moglie e figli, se ne ha, al quarto o al quinto piano. E’ utile perché sa arare un campo, sa forgiare, segare, limare, sa coprire un tetto e fare un paio di scarpe, sa versare fino all’ultima goccia del proprio sangue per la salvezza della Repubblica”. Cfr. Furet François- Richet Denis, cit. Pag. 253.

8 Vovelle Michel, La mentalità rivoluzionaria. Laterza, Roma-Bari, 1987, pag. 122.

9 Ibidem, pagg. 120- 126.

10 Non siamo davanti ad un’anticipazione delle lotte del proletariato del secolo a venire; ma si sperimentano comunque un certo numero di pratiche rivoluzionarie. Vovelle Michel, Breve storia della Rivoluzione francese, Laterza, Roma,1979, pag. 74.

11 Sono già evidenti in questa caratterizzazione i tratti cui si rifaranno i rivoluzionari del 1848 e del 1871, che potremmo elencare così: consapevolezza della specificità sociale( e non di classe), parziale politicizzazione del progetto sociale, parziale tolleranza per il movimento femminista. Non per questo si possono, d’altra parte, trascurare aspetti passatisti della loro visione moralizzatrice, della propensione alla violenza fisica, del rifiuto della modernizzazione dell’economia. Cfr. Furet François, Ozouf Mona, Dizionario critico della Rivoluzione Francese, cit. pag. 370.

12 Sarà chiamata anche Costituzione dell’anno I poiché, come vedremo, entrerà in vigore un nuovo calendario che calcolava gli anni a partire dal primo giorno della Repubblica.

13 In questo riaprirsi dell’ambito concettuale tra rivoluzione e costituzione, in questo vuoto, trova spazio il Terrore. Cfr. Furet François, Ozouf Mona, Dizionario critico della Rivoluzione Francese, cit. pagg. 487-488.

14 Vovelle Michel, Breve storia della Rivoluzione francese, Laterza, Roma, 1979, pag. 50. Rischiando, con Vovelle, di essere accusati di “finalismo” non possiamo non riconoscere, nel rapporto che si stabilisce tra i due testi, i grandi temi dei dibattiti ottocenteschi tra liberali e democratici, la possibilità e il potere, la libertà da e la libertà di, cioè lo iato che si farà evidente nella storia delle idee politiche, tra la libertà dei liberali e l’uguaglianza dei democratici. Cfr. Rémond René, Introduzione alla storia contemporanea. Il XIX secolo. Vol. II) Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 2000, pagg. 53-56, Giliberti Giuseppe, Diritti umani, Thema, Bologna,1994, pagg. 91-99.

15 L’ossimoro è di Marat: E’ con la violenza che deve instaurarsi la libertà, ed è venuto il momento di organizzare temporaneamente il dispotismo della libertà per schiacciare il dispotismo dei re. Cfr. Furet François, Ozouf Mona, Dizionario critico della Rivoluzione Francese, cit. pag. 461.

16 In realtà questa formulazione è di un deputato del centro: Barère, portavoce del Comitato di Salute Pubblica alla Convenzione. Cfr. Furet François, Ozouf Mona, Dizionario critico della Rivoluzione Francese, cit. pag. 460

17 Dal 6 aprile il Comitato di Salute Pubblica sostituiva l’ex Comitato di difesa generale.

18 L’odio per i nemici della rivoluzione era tale che si verificarono i violentissimi episodi delle Stragi di settembre nelle prigioni. La violenza fu particolarmente accanita contro il clero refrattario e da questo momento si rese necessaria, poiché vennero a mancare molti sacerdoti, la laicizzazione dello stato civile per la registrazione di nascite, morti e matrimoni che prima erano affidate alle parrocchie. La gravità della situazione economica accentuava la pressione dei movimenti che chiedevano i calmieri sui prezzi, punizioni per gli accaparratori e la riforma agraria, ponendo in primo piano la questione della proprietà privata. In questo periodo finì per prevalere la posizione intermedia dei giacobini che non volevano abolire la proprietà privata, ma attribuivano allo Stato il compito di prevenirne gli abusi.

19 Il sospetto non aveva per oggetto il colpevole probabile di un reato già commesso, in circostanze ben definite, ma l’autore di un possibile reato eventuale, di cui fosse ritenuto capace a causa delle sue opinioni, o della sua indifferenza reale o simulata. (Cfr. Appendice: Il terrore, vissuto e descritto da un artigiano di Parigi).

20 In meno di un anno i condannati a morte furono 17.000 ai quali vanno aggiunte le vittime delle esecuzioni di massa fino a poter stimare 35-40.000 morti. Cfr. Giardina Vidotto Sabbatucci, Manuale di storia. Cit. pag. 505.

21Cfr. Furet François, Richet Denis, La Rivoluzione Francese, Laterza, Roma,1974, pag. 282-285.

22 Furet François, Critica della Rivoluzione francese. Laterza, Roma, 1987, pag. 71-72

23 La forza delle cose ci porta forse a risultati ai quali non avevamo affatto pensato. Così Saint-Just e così invece Robespierre nel discorso del 5 nevoso anno II (25 dicembre 1793): La rivoluzione è la guerra della Libertà contro i suoi nemici e la Costituzione è il regime della libertà vittoriosa e in pace. Il governo rivoluzionario ha bisogno di un’attività straordinaria dal momento che è in guerra ed è sottomesso a regole meno uniformi e meno rigorose perché si trova in circostanze tempestose e incerte, e soprattutto perché è costretto a rispondere con sempre nuove e rapide iniziative a pericoli nuovi e pressanti (…) Il governo rivoluzionario deve ai buoni cittadini tutta la protezione della nazione, ma ai nemici del popolo deve solo la morte. cfr Furet François, Richet Denis, La Rivoluzione Francese, Laterza, Roma,1974, pag. 248 e Vovelle Michel, La mentalità rivoluzionaria. Laterza, Roma-Bari, 1987, pag. 94.

24 Cfr. Vovelle Michel, La mentalità rivoluzionaria. Laterza, Roma-Bari, 1987, pag. 95

25 Furet François, Critica della Rivoluzione francese. Laterza, Roma, 1987, pag. 143

26 Furet François, Ozouf Mona, Dizionario critico della Rivoluzione Francese, cit. pag. 513. Il pensiero politico di Rousseau delinea con molto anticipo il quadro concettuale del giacobinismo e di tutto il linguaggio rivoluzionario, sia attraverso la premessa filosofica della realizzazione dell’individuo attraverso il politico, sia attraverso tutta la sua riflessione teorica riguardante l’analisi delle condizioni dell’esercizio della sovranità popolare. Certo, con Furet (Critica della Rivoluzione francese. Cit. pag. 39), non possiamo ritenere Rousseau responsabile della Rivoluzione, ma i contenuti culturali della coscienza e della pratica rivoluzionaria, attinsero largamente alle sue elaborazioni concettuali, tanto da essere frequentemente considerato l’annunciatore e la guida della rivoluzione. La rivoluzione segna, dunque, anche l’incontro tra un grande pensiero e un movimento storico e la “repubblica giacobina” pare rappresentare il momento di massima espressione di questa influenza rousseauiana. Eppure Robespierre ha ragione a dichiarare che il governo rivoluzionario non ha origine nei libri dei filosofi: il Terrore in quanto sistema non si basa solo sull’idea di volontà generale e di democrazia diretta, ma si basa sul doppio principio del trattamento dell’avversario politico come nemico e l’assenza di una definizione fissa del nemico. Il Terrore è, essenzialmente un sistema di esclusione nel quale la linea di divisione è diventata totalmente fluida e manipolabile a piacimento dai governanti. (François Furet, Ozouf Mona, Dizionario critico della Rivoluzione Francese, cit. pag. 790)

27 La campagna di scristianizzazione era sostenuta e guidata dagli herbertisti ed era attuata soprattutto attraverso i rappresentanti in missione, deputati inviati dalla Convenzione nei dipartimenti, nelle amministrazioni locali, nell’esercito per controllare e combattere i nemici della Rivoluzione. Robespierre, nemico della superstizione, era, invece, profondamente ostile all’ateismo, che riteneva una dottrina pericolosa, da ricchi, estranea al popolo e immorale.

28 Dopo il 10 agosto, infatti, anche i preti costituzionali erano allarmati, perché non condividevano la condanna del re e la caduta dei girondini: la Convenzione ordinò così la deportazione non solo dei refrattari, ma anche dei costituzionali denunciati da almeno sei cittadini.

29 Egli, dunque, condivide l’interpretazione di Mona Ozouf che ipotizza una sorta di transfert di sacralità creatosi nel crogiolo della festa rivoluzionaria. Vovelle Michel, La mentalità rivoluzionaria. Laterza, Roma-Bari, 1987, pag. 187

30 Furet François, Ozouf Mona, Dizionario critico della Rivoluzione Francese, cit. pag. 110. Mona Ozouf rileva che, comunque, sarebbe opportuno parlare di secolarizzazione e declericalizzazione.

31 Considerare quest’aspetto della mentalità rivoluzionaria ci conduce ad una riflessione più ampia sui legami tra la radicalizzazione degli aspetti innovativi e quei tentativi di fermare il tempo - come in un tentativo di congelare la rivoluzione (come diceva Saint-Just) - o di ritornare al passato- nei frequenti riferimenti ai modelli dell’antichità.

32 Cfr. Maiello Francesco, Storia del calendario, Einaudi, Torino, 1994, pag. 217.

33Per comprendere i motivi dello scarso impatto del nuovo calendario sulla mentalità, è necessario tener presente quanto la mentalità corrente fosse caratterizzata da un approccio qualitativo e non quantitativo al computo dei giorni.

34 La Rivoluzione francese, cit. pag. 404.

35 Karl Marx, La Sacra Famiglia, Laterza, Roma, 1954, pp. 132-160. Marx, in uno scritto del 1870, contenuto nel Carteggio Marx-Engels analizzerà il Terrore in termini psicologici come il regno non tanto di chi sparge il terrore, ma di chi è terrorizzato, nel tentativo di darsi coraggio. In precedenza aveva individuato lo snodo della questione nella critica all’illusione giacobina di uno stato virtuoso improntato a modelli di maniera dell’antichità, che aveva perso così il contatto con la società reale diventando fine a se stesso.

36 François Furet, Ozouf Mona, Dizionario critico della Rivoluzione Francese, cit. pag 286. Il suo potere è tale finché la Convenzione non rimane imbavagliata di fronte ai suoi discorsi. Quando i suoi membri ritrovano l’uso della parola e gli impediscono di parlare, Robespierre è già sulla via del patibolo.

37 Furet François, Critica della Rivoluzione francese. Laterza, Roma, 1987, pag. 70

38 Ibidem, pag. 65

39 François Furet, Ozouf Mona, Dizionario critico della Rivoluzione Francese, cit. pag 289