Il Timeo di Platone

 

Destinatari: Studenti della Ia liceo classico

Finalità: Mettere in grado gli studenti di affrontare, grazie alla conoscenza della cosmologia platonica la visione medioevale della natura e il neoplatonismo di Plotino.

Promuovere la loro capacità di far uso di terminologia e strumenti concettuali collegati ai temi della cosmologia antica e, in prospettiva, medioevale. Stimolare, nel dialogo con gli studenti, la capacità di riutilizzare e rielaborare dei contenuti filosofici.

Tempi: Due unità di tempo.

Prerequisiti: Conoscenza dei precedenti dialoghi platonici, in particolare La Repubblica, e della teoria della Idee.

Obiettivi di conoscenza: La connessione delle tre parti del dialogo tra loro, il concetto di geometrizzazione che attraversa la cosmologia del Timeo, gli aspetti pitagorici e democritei, l’idea del cosmo come grande essere animato, l’anima umana e quindi l’intelligenza individuale come specchio dell’anima del cosmo e risorsa preziosa, il rapporto tra Idee e materia, il demiurgo come forza che plasma il preesistente, ma che non crea dal nulla.

Obiettivi di competenza: Utilizzo della terminologia specifica.

Obiettivi di capacità: Acquisizione, tramite discussione della capacità di sviluppare i contenuti del Timeo sino alle loro estreme conseguenze (conseguenze che lasciano intravedere gli esiti della ricerca di Plotino).

Metodo: Lezione frontale e dialogata.

Strumenti: All’interno della lezione sono inseriti alcuni brevi brani del Timeo. (Se avessi avuto maggior tempo a disposizione, avrebbero potuto essere distribuiti agli alunni in forma di fotocopie per offrire loro di soffermarvisi con maggiore autonomia di giiudizio e farne spunto di discussione).

Verifiche formative: Nessuna

Verifiche sommative: Verfica scritta a domande aperte sul pensiero platonico in generale di cui una riservata alla cosmologia del Timeo.

 

Redazione della parte svolta in maniera frontale (inframmezzata nel suo svolgimento reale dalle domande degli alunni)

Il Timeo è uno degli ultimi dialoghi di Platone (come mostrano gli argomenti interni di stile). Una parte rilevante di questo scritto è dedicata alla cosmologia e alla scienza della natura. A questo proposito, può essere interessante notare che l’Occidente conobbe il Timeo prima di scoprire gli scritti fisici e metafisici di Arstotele, cosa che avvenne solo nel XII secolo. L’alto Medioevo trasse quindi dal Timeo e non dall’opera di Aristotele il proprio schema del mondo e della natura.

Gli interlocutori di questo dialogo sono quattro: Socrate, Timeo, Crizia ed Ermocrate.

Timeo: di lui si sa solo quello che afferma Platone, che era di Locri nella Magna Grecia, e che aveva un illustra passato come scienziato e come uomo politico. Timeo viene presentato come un pitagorico (una versione del pitagorismo in cui la biologia e la medicina di Empedocle si saldano alla originaria matematica pitagorica).

Ermocrate: Noto siracusano, noto per la parte avuta nella difesa di Siracusa contro la flotta ateniese nel 415.

Crizia: Non è come molti autori hanno ritenuto, l’oligarca del governo usurpatore del 404-3. Egli fa nel dialogo chiare allusioni alla sua estrema vecchiaia. Il Crizia di questo dialogo è il nonno dell’oligarca, ossia il bisnonno di Platone.

1a parte

Il Timeo si presenta come una sorta di continuazione di un altro dialogo, La Repubblica. Ad aprire il dialogo è Socrate passando in rassegna in rassegna quello che aveva detto "ieri" (ma ovviamente è una finzione) alla medesima compagnia (17 A – 19 A), e la ricapitolazione coincide esattamente con il contenuto dei primi cinque libri della Repubblica (guardiani ed educazione comune dei figli). Socrate formula il desiderio di vedere la dottrina esposta il giorno precedente, concretarsi in storia viva e in risultati pratici. Nulla è detto dei re-filosofi e della loro educazione nella matematica e nella dialettica, nulla dell’idea del bene. Si richiama quindi della Repubblica solo ciò che serve come base per la storia della vittoria ateniese sull’Atlantide. Storia narrata subito dopo da Crizia (20 C – 25 D).

2a parte

Crizia, dunque, narra come novemila anni prima Atene avesse goduto di istituzioni identiche a quelle descritte nei primi libri della Repubblica (p. 362). Queste istituzioni avevano reso gli ateniesi della preistoria molto forti, sia per il modo di considerare le cose pubbliche, sia per la loro sana morale e fu per questo che essi furono in grado di sconfiggere i re confederati dell’isola di Atlantide. Quest’isola si trovava, secondo il racconto di Crizia, oltre lo stretto di Gibilterra e i suoi abitanti avevano combattuto vittoriosamente lungo il Mediterraneo fino all’Italia e, dal lato dell’Africa, fino al confine dell’Egitto, ma furono sconfitti dagli ateniesi. In seguito sia i vincitori dell’Atene preistorica che l’isola di Atlantide furono sommersi in un solo giorno di terremoti e inondazioni.

Tutto questo racconto è invenzione di Platone e non ha fondamento storico. Platone, in un certo senso, proietta nel passato gli eventi della guerra persiana e ne ingrandisce le proporzioni. Egli ne ricava così la morale che il numero, la ricchezza e le capacità tecniche di un popolo non sono pari allo spirito nazionale di un popolo libero. A rigore il racconto della sconfitta di Atlantide non ha connessione con il tema particolare del Timeo. Secondo le parole di Crizia, alla fine del suo racconto (27 A-B), i partecipanti al dialogo si dividono i compiti in modo che a Timeo toccherà ora la descrizione della formazione del mondo e dell’uomo, mentre Socrate ha già spiegato come si educa l’uomo. Il racconto di Crizia ha dunque descritto le eroiche gesta di quegli uomini, educati da istituzioni quali quelle aprezzate da Socrate, la cui formazione verrà ora trattata da Timeo. L’ordine logico sarebbe dunque Timeo, Repubblica, Crizia

3a parte

Il discorso di Timeo copre tutto il campo della conoscenza naturale e si apre con due asserzioni fondamentali: a) che il mondo sensibile è un mondo di "accadimenti", di "eventi", b) che tutto ciò che è "accadimento" ha una causa, è il prodotto di un agente. Ecco dunque che fa la sua comparsa nel discorso l’"artefice" o "artigiano", il "demiurgo". Egli "fa" il mondo in base a un modello. Poiché l’artefice in questo caso è la migliore di tutte le cause e l’oggetto che egli fa il migliore di tutti gli effetti, il modello di cui il mondo sensibile è una copia sarà eterno (29 A). Questo fatto porta a fissare un canone di verità MOLTO IMPORTANTE: Quello che si dice sull’archetipo o modello fisso e immutabile può essere esatto e definitivo; perché ha la definitività del suo oggetto. Quello che si dice invece della sua copia sensibile, che varia e muta continuamente, può soltanto essere approssimativo. Timeo sostiene dunque che, mentre in metafisica e in matematica si possono raggiungere risultati definitivi, nelle scienze naturali dobbiamo accontentarci di risultati approssimativi e provvisori. (Per illustrare in termini moderni Taylor ricorda che le scienze si basano su metodi sperimentali e su misurazioni e ipotesi che, per quanto precise, possono sempre essere soppiantate alla luce di fatti scoperti di fresco). Come vedremo, Timeo si sforza di fomulare una visione geometrica della natura.

Il demiurgo è concepito da Timeo come perfettamente buono e in questa bontà sta il perché egli creò il mondo. Egli non volle tenere la sua bontà per sé. Egli prese il "preesistente" che era in una condizione di disordine caotico e lo formò in un sistema ordinato. Questo perché l’ordine è migliore del caos. Sempre a causa della sua bontà egli diede al mondo sensibile un’anima. Il mondo sensibile è dunque il corpo sensibile di una creatura vivente od organismo di cui tutte le altre creature viventi sono parti. Poiché il modello del demiurgo è uno solo, ne esiste una sola copia perfetta.

Ora né fu mai, né è lecito all’ottimo di far altro se non la cosa più bella. Ragionando dunque trovò che delle cose naturalmente visibili, se si considerano nella loro interezza, nessuna, priva d’intelligenza, sarebbe stata mai più bella di un’altra, che abbia intelligenza, e ch’era impossibile che alcuna cosa avesse intelligenza senz’anima. Così dunque secondo ragione verosimile si deve dire che questo mondo è veramente un animale animato e intelligente generato dalla provvidenza di dio. E dio volendolo rassomigliare al più bello e al più compiutamente perfetto degli animali intelligibili, compose un solo animale visibile che dentro di sé raccoglie tutti gli animali che gli sono naturalmente affini (30 A-D).

Nello schema del Timeo si può dunque osservare che "causa efficiente" del mondo è il demiurgo. La "causa formale" del mondo, non è dio o il demiurgo, ma "l’intelligibile creatura vivente" che egli contempla come modello per la sua opera. Occorre dunque tenere distinti in Platone dio e le idee, perché l’attività del demiurgo, come produttore di un mondo "simile" alle idee, è la sola spiegazione che egli offra di come si effettua la "partecipazione" della realtà alle idee. Se dio andasse identificato con le idee, o con un’idea suprema, rimarrebbe misterioso il perché debba esserci qualcosa al di fuori delle idee, il perché ci debba essere qualcosa che "diviene". Il demiurgo del Timeo non è un’idea quanto un’anima.

L’azione del demiurgo è descritta per tutto il dialogo come imposizione di un’ordine su un caos preesistente. Da questo caos egli isola innanzitutto quattro elementi (sono gli stessi elementi di Empedocle, quelli qui ripresi da Platone): fuoco, terra, aria e acqua. Nel creare il mondo dio esaurì completamente questi materiali, sicché il mondo non secerne né assimila nullla e questo lo assicura contro l’invecchiamento. Il mondo fu fatti sferico, poiché la sfera, a parità di perimetro ha il maggior volume di tutti i corpi. La sfera è quindi la figura appropriata a ciò che deve contenere tutto (GEOMETRIZZAZIONE). Prima di creare in questo modo la corporeità del cosmo, il demiurgo né creò tuttavia l’anima. Il cosmo è da intendere come un organismo che ha una vita incessante e razionale.

Per rendere la sua opera ancora più simile al modello su cui egli l’aveva disegnata, non potendo fare la sua opera eterna come il modello, il demiurgo la fece il più possibile vicina all’eterno. Egli escogitò una "immagine in movimento dell’eternità", ossia il tempo. Ma, perché ci sia il tempo devono esserci corpi percepibili, dotati di movimenti uniformi che servano come misura di esso, e quindi il demiurgo pensò il sole e gli altri "pianeti" e li mise in orbite ad essi assegnate.

Il movimento dei pianeti descritto nel Timeo è molto complicato, ma il punto essenziale da comprendere è che i movimenti di tutti i pianeti sono perfettamente uniformi e regolari, e sono tempo tanto quanto il mese lunare o l’anno solare.

La notte dunque e il giorno nacquero così e per queste cagioni, e sono essi il periodo del movimento circolare e sapientissimo: e il mese quando la Luna percorsa la sua orbita , e l’anno, quando il Sole ha percorsa la sua orbita. Ma i periodi degli altri pianeti non conoscendoli gli uomini, tranne pochi di molti, non li chiamano con nomi, né mediante l’osservazione misurano i loro rapporti con numeri, sicché, per così dire, non sanno che il tempo è misurato anche dai loro giri (39 C)

A questo punto al demiurgo rimanevano da fare i vari animali minori che dovevano abitare le differenti regioni dell’universo. Ciò fu fatto riproducendo le varie idee di essere vivente che sostanzialmente sono di quattro tipi: dei che vivono nei cieli, creature alate che abitano l’aria, creature acquatiche, animali terrestri.

Gli dei furono fatti di fuoco puro, ebbero forma sferica e furono distribuiti nel cielo. Quindi gli dei del Timeo altro non sono che le stelle. Il demiurgo feve la terra, nostra madre, volgentesi su se stessa e creatrice del giorno e della notte. Contrariamente a quanto farà più tardi Aristotele, nel Timeo dunque non si ritiene che le stelle siano fatte di una superiore materia "celeste". Esse sono fatte del medesimo fuoco che si trova in noi e nei corpi che ci circondano. (La distinzione tra "materia celeste" e "materia elementare" fu sconosciuta alla scienza greca finché non la introdusse Aristotele).

Il creatore si rivolse poi agli dei creati e spiegò loro che tutto quello che è sua opera immediata è imperituro, eterno. Per le creature destinate a perire egli si sarebbe servito quindi di questi dei creati come di intermediari. Lui in persona creò poi le anime immortali nello stesso numero delle stelle. Ciascuna anima venne condotta alla sua stella e le si fece prender visione dell’universo e della sua struttura. Poi alle anime viene spiegato che tutte a loro tempo dovranno nascere come uomini. Se esse vivranno bene nel loro corpo ritorneranno nelle stelle native; se meno bene dovranno reincarnarsi in corpi di donna; se la lezione risulterà insufficiente dovranno reincarnarsi come bestie e non ritorneranno alla loro stella finché non abbiano risalito di nuovo la scala dal bruto all’uomo (p. 383).

Segue poi un’esposizione, per sommi capi, di come l’anima fu collegata al corpo. Nel fare il corpo umano gli dei prima formarono la testa. Il cranio fu fatto a forma di sfera, così come è sferico il corpo del cosmo. Il tronco e le membra furono aggiunti per sicurezza e comodo delle membra.

E di questo che viene prima, cioè per quali cagioni e consigli degli dèi furono generate le singole parti del corpo e l’anima, ora dobbiamo discutere, seguendo la ragione più verosimile e così procedendo per questa via.

Imitando la forma dell’universo, ch’è rotonda, gli dèi collegarono i circoli divini, che sono due, in un corpo sferico, quello che noi ora chiamiamo capo, che è la parte più divina e domina in noi tutto il resto. E ad esso gli dèi diedero come servitore anche tutto il corpo, dopo che l’ebbero composto, comprendendo che questo parteciperebbe a tutti i suoi movimenti, quali che fossero. Affinché dunque rotolando sulla terra che ha alture e profondità d’ogni specie, non provasse difficoltà a superare le une e ad uscire dalle altre, gli diedero questo carro e questa facilità di camminare: perciò il corpo ebbe lunghezza e germinò quattro membra distese e flessibili, strumenti procurati dal dio, con cui prendendo e appogiandosi potesse incedere per tutti i luoghi, portando al di sopra di noi la dimora di quello che è più divino e più sacro. Così dunque e per questa ragione a tutti furono aggiunti gambe e mani (43 D – 45 A).

La congiunzione di anima e corpo produce disordine nei movimenti dell’anima:

fatasticare dell’infanzia e per contro il discernimento della vita adulta che è raggiunto mediante l’educazione.

E in verità, se soccorre una retta educazione mediante la disciplina, l’uomo, liberato dal più grave morbo, diventa integro e perfettamente sano: ma se non vi bada dopo aver percorso a piè zoppo il cammino della vita, ritorna difettoso e insipiente nell’Ade (43 C).

La concezione che Platone mostra qui di avere del modo in cui anima e corpo sono tra loro collegate è in certo senso meccanicistica, anticipa così pensatori quali Cartesio. La patologia del corpo conduce per Platone alla patologia dell’anima e le tendenze morali deteriori sono dovute a difetti costituzionali. L’altra causa della bassezza morale è dovuta all’essere stati educati entro cattive tradizioni sociali. Da un lato Tiimeo sottolinea la responsabilità personale dell’azione, dall’altro che coloro che generano ed educano il trasgressore sono più biasimevoli del trasgressore stesso.

Nel Timeo si arriva così a stabilire norme d’igiene, il cui obiettivo è la correzione di ogni sproporzione tra corpo e l’anima che gli da vita. Se l’anima è troppo grande rispetto al corpo, finirà per esaurire il corpo. Quando viceversa il corpo è troppo robusto l’anima ne risulta ottusa. Né il corpo, né l’anima devono quindi venire esercitati con l’esclusione dell’altro. Chi studia deve badare alla propria condizione fisica, esercitare la muscolatura del corpo altrimenti soffrirà sia nel corpo che nell’anima (anche attraverso il movimento ritmico passivo). Ma importantissima è la cura della propria mente, poiché l’intelligenza è la cosa veramente divina in noi, in "vero angelo custode" (daimon). La cura dell’anima è la sola a rendere il contemplante simile all’armonia del cosmo contemplato.

Dell’anima umana convien pensare che questa parte, della quale diciamo che abita nella sommità del nostro corpo, dio l’abbia data a ciascuno come genio tutelare, e che essa ci solleva da terra alla nostra parentela nel cielo, come piante non terrene ma celesti (90 A).